Le elezioni israeliane del 2026 consegnano un Paese nel quale le differenze politiche seguono confini geografici e sociali sempre più riconoscibili. Il Likud di Benjamin Netanyahu domina nelle città periferiche e in alcune comunità evacuate durante la guerra, mentre i partiti dell’opposizione raccolgono consensi soprattutto nei centri più benestanti dell’area di Tel Aviv. Uno dei risultati più significativi riguarda il voto arabo, che porta alla Knesset 19 deputati e modifica gli equilibri parlamentari.
L’analisi dei risultati definitivi pubblicata da Ynet mostra quanto l’esperienza della guerra abbia inciso sulle preferenze elettorali. Ad Avivim, località vicina al confine libanese evacuata dopo l’inizio del conflitto, il Likud ha ottenuto il 68,2% dei voti. Nel vicino villaggio di Dovev è arrivato al 66,1%. Anche Kiryat Shmona, la città settentrionale evacuata durante la guerra, ha confermato la propria fedeltà a Netanyahu, assegnandogli il 48% dei consensi.
Tra le città, il primato del Likud spetta a Beit She’an, con il 52,3%, seguita da Dimona, al 51,9%. Il dato suggerisce che nelle comunità maggiormente esposte alle conseguenze del conflitto la domanda di sicurezza abbia continuato a favorire il partito del premier, sebbene il voto non consenta, da solo, di stabilire le motivazioni individuali degli elettori.
Completamente diversa la situazione nell’area centrale del Paese. Il partito Yashar! di Gadi Eisenkot ha conquistato il 36,9% a Ramat Hasharon, il 34,4% a Herzliya e il 34,2% a Hod Hasharon. Nelle stesse zone ha ottenuto risultati importanti anche Naftali Bennett, la cui formazione Yachad ha raggiunto il 20,6% a Ra’anana e il 20,5% a Givatayim.
Tel Aviv resta invece la principale roccaforte dei Democratici di Yair Golan, che nella città hanno raccolto il 21,3% dei voti. Da Tel Aviv proviene addirittura il 18% di tutti i consensi nazionali ottenuti dal partito. È una concentrazione che conferma il peso politico della metropoli e dei suoi elettori progressisti.
Nelle città meridionali emerge un’altra tendenza. Sderot, colpita duramente dal massacro del 7 ottobre 2023, ha assegnato il 39,4% al Likud, il 12% alla lista Sionismo religioso-Identità di Bezalel Smotrich e Moshe Feiglin e il 16,8% a Otzma Yehudit di Itamar Ben Gvir. Un risultato che evidenzia il radicamento della destra nazionalista nelle comunità vicine alla Striscia di Gaza.
Anche il voto ultraortodosso conserva una distribuzione territoriale molto concentrata. A Modi’in Illit, il 76,6% degli elettori ha scelto Giudaismo Unito nella Torah, che mantiene sette seggi. Shas, invece, scende a sei deputati, il peggior risultato da oltre trentadue anni.
La vera novità politica arriva dalle città arabe. La Lista comune conquista 11 seggi, mentre Ra’am di Mansour Abbas ne ottiene otto. A Umm al-Fahm il 90,4% degli elettori ha votato per la Lista comune, che ha raccolto oltre 30.000 preferenze su 33.696 votanti. Ra’am raggiunge l’85,2% a Rahat e supera il 90% in ben 22 località, prevalentemente beduine del Negev.
Questi risultati confermano la capacità dell’elettorato arabo di incidere sugli equilibri dello Stato attraverso la partecipazione democratica. Con 19 parlamentari, le formazioni arabe dispongono di una rappresentanza consistente, potenzialmente decisiva nelle trattative per la formazione del prossimo governo.
La distribuzione del voto restituisce dunque un Israele politicamente frammentato, nel quale le appartenenze territoriali continuano a pesare profondamente. La sfida della nuova Knesset sarà trasformare questa pluralità in una maggioranza capace di governare. E il ruolo dei partiti arabi potrebbe rivelarsi uno degli elementi determinanti della prossima fase politica.
Le piazze sono invase da giovani con la kefiah che sventolano bandiere palestinesi o addirittura di Hamas e che, nei loro slogan, invocano la cancellazione dello Stato di Israele. Gli stessi obiettivi proclamati dai leader di Hamas e dal sanguinario regime degli ayatollah, che in Iran trucida a decine di migliaia i giovani che manifestano per la libertà.
È in corso una guerra cognitiva che Israele non sembra ancora aver affrontato con la determinazione e gli strumenti necessari. Abbiamo detto al presidente che questa guerra va combattuta: per mantenere viva la memoria del 7 ottobre, per smontare le menzogne della propaganda di Hamas, per contrastare i pregiudizi che condizionano l’informazione mainstream.
Aiutare l’Europa a sconfiggere l’antisemitismo è un dovere dello Stato di Israele nei confronti degli ebrei della diaspora. Ma è anche una necessità urgente per difendere la libertà delle nostre democrazie e per rompere l’isolamento internazionale in cui oggi si trova Israele. In ultima istanza, combattere l’antisemitismo e l’ostilità verso Israele in Europa significa anche difendere la sicurezza degli israeliani.

