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Il volto del disagio sociale che i maestrini non vogliono vedere

Il caso Youssef Siher e i sospetti sui legami tra antagonismo e islamismo radicale mettono in crisi le spiegazioni sociologiche delle violenze di piazza

Alessandro Bertani

Tempo di Lettura: 4 min
Il volto del disagio sociale che i maestrini non vogliono vedere
Iimmagine generata con AI

Ecco il volto di quel disagio sociale con cui ci hanno spiegato le violenze e i saccheggi nelle nostre città: si chiama Youssef Siher, trent’anni, laurea in Comunicazione e master in Scienze politiche alla Statale di Milano, uno stage all’ISPI e un’attività da freelance, con collaborazioni al Fatto Quotidiano. L’ISPI ha precisato che lo stage risale al 2024 e che da allora Siher non collabora più con l’istituto. Anche la collaborazione con il Fatto Quotidiano è terminata.

Nei suoi confronti è stato disposto un fermo nell’ambito di un’indagine che comprende l’ipotesi di terrorismo. È indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e dall’uso del mezzo informatico, apologia di delitti e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Secondo gli investigatori, sarebbe la mente del “Movimento 17 ottobre”, che promette battaglia e violenze ogni sabato, a tempo indefinito. Si parla di un soggetto che si muove nella galassia pro-Pal più radicale e che, per il ministro dell’Interno, “vanta contatti con gli ambienti antagonisti”. In un articolo pubblicato da Voice Over Foundation, datato 5 settembre, ha definito il massacro di Hamas del 7 ottobre “un atto rivoluzionario di decolonizzazione”, accusando l’Occidente di imporre il proprio dominio coloniale ai “popoli subalterni”.

Sia chiaro: Siher è semplicemente indagato e le sue responsabilità penali saranno accertate dalla magistratura.
Ma, onestamente, le vicende processuali di Siher ci interessano fino a un certo punto. Il fatto è che noi, massa di bifolchi che semplifichiamo sempre tutto, avevamo già abbastanza chiaro quanto poco avessero a che fare con il carovita quelle manifestazioni non autorizzate, di pura violenza verso tutto e tutti, organizzate sui social per eludere consapevolmente il controllo delle forze dell’ordine. E non perché siamo veggenti, ma perché bastava osservare quel che accade oltralpe, vedere la crescente occupazione di spazi da parte dei movimenti pro-Pal e dei loro simboli e infine leggere le istruzioni del “perfetto manifestante” che questo sedicente movimento aveva diffuso tramite i canali Telegram: dall’invito a indossare occhiali protettivi, kefiah, cappuccio, guanti da cucina contro il calore dei lacrimogeni (perché chi marcia pacificamente è solito vestire così), alla precisa indicazione di procedere in “file parallele” e “con movimenti coordinati” (un esercito, insomma), fino all’incoraggiamento a “provare a sfondare gli sbarramenti” della polizia (e chi non lo fa?).

Non era così assurdo ipotizzare una regia che fosse espressione di una saldatura tra il mondo dell’antagonismo e l’islamismo radicale. Eppure, i maestrini da salotto, esperti in psicologia sociale e animati dai soliti intenti rieducativi verso chiunque la pensi diversamente, hanno detto che siamo biechi fascisti, plebe ignorante e insensibile, che giustifichiamo guerre e genocidi, ma puntiamo il dito contro poveri ragazzi che manifestano spontaneamente perché esasperati dal caro-tutto: vita, affitti, carburante, scuola…

Poi però sabato la polizia ha bussato a una porta e il loro magnifico trattato di psicologia sociale ha perso delle pagine. Il disagio, a quanto pare, potrebbe anche amministrare una piattaforma e istigare a delinquere, senza che il tanto sbandierato disagio psicosociale c’entri realmente qualcosa. Le attività di prevenzione e le indagini condotte, con grande merito, dalle autorità italiane hanno fatto emergere un possibile collegamento fra le frange dell’antagonismo e quelle dell’islamismo radicale. Un collegamento che potrebbe fare da coordinamento a questo movimentismo, alimentandolo sui social per farlo poi scendere in piazza con spranghe, passamontagna e congegni incendiari.

Che guaio per i maestrini: ci hanno fatto una testa tanta sulla nobiltà d’intenti dei “ragazzi che sbagliano” e non si sono accorti di essere davanti a qualcosa di molto più grande di loro, che alla fine li fagociterà. Leggano quel che Siher ha scritto nel suo articolo dello scorso 5 settembre, dove accusa le sinistre occidentali di mostrare “un vuoto esistenziale che le porterà inevitabilmente all’implosione”. Ecco, che lo dica Siher o qualche altro membro del “movimento 17 ottobre”, cambia poco: se magari anche da sinistra si aprissero gli occhi non sarebbe affatto male.