Persino il papavero rosso, simbolo britannico del ricordo dei caduti in guerra, è finito nel mirino dell’attivismo filopalestinese. In Gran Bretagna è comparso il «Palestine Poppy», una spilla che riproduce il tradizionale fiore della memoria sostituendone i colori con quelli della bandiera palestinese. L’iniziativa, promossa in vista del Remembrance Day dell’11 novembre, ha provocato indignazione e accuse di strumentalizzazione politica di una delle ricorrenze più solenni del Paese.
Per comprendere la portata della polemica bisogna ricordare che il papavero rosso occupa un posto particolare nella coscienza britannica. La sua origine risale alla Prima guerra mondiale, quando i fiori che crescevano sui campi devastati delle Fiandre divennero il simbolo dei soldati uccisi. Da allora milioni di britannici lo indossano ogni novembre per ricordare quanti hanno sacrificato la vita nei conflitti, indipendentemente dalle convinzioni politiche e dall’appartenenza religiosa.
Il nuovo distintivo, venduto online a 1,74 sterline, viene presentato dai promotori come un segno di solidarietà con il popolo palestinese. Il sito che lo commercializza parla di commemorazione delle vittime di quello che definisce «genocidio di Gaza» e auspica che il papavero palestinese diventi un simbolo della lotta contro l’apartheid. In un video promozionale compare anche lo slogan «Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera», espressione controversa che molti interpretano come una rivendicazione della cancellazione dello Stato di Israele.
A suscitare ulteriori interrogativi è la destinazione dei proventi. Tra le organizzazioni beneficiarie figura Friends of Al-Aqsa, associazione britannica filopalestinese già al centro di polemiche per le posizioni del suo fondatore, Ismail Patel, che in passato ha difeso Hamas dalla definizione di organizzazione terroristica e ha incontrato Ismail Haniyeh, uno dei principali dirigenti del movimento islamista. Dopo l’uccisione di Haniyeh in un’operazione attribuita a Israele, Patel lo aveva celebrato come un martire.
L’associazione, descritta dal ministero dell’Interno britannico come vicina ad ambienti islamisti e dell’estrema sinistra, era stata esclusa il mese scorso da una conferenza del Partito laburista in seguito alle proteste suscitate dalla sua presenza.
Le reazioni alla commercializzazione del distintivo sono state immediate. Stuart Crawford, ex ufficiale dell’esercito e analista militare, ha accusato i promotori di appropriarsi di un simbolo nazionale che dovrebbe unire i cittadini nel ricordo dei morti. Anche Stuart Fawcett, già ufficiale della Royal Navy, ha denunciato quella che considera una profanazione della memoria collettiva.
Il ministro ombra della Difesa David Reed ha parlato di una grave mancanza di rispetto verso quanti hanno sacrificato la propria vita, mentre Nigel Farage, leader di Reform UK, ha accusato gli organizzatori di disprezzare le tradizioni britanniche.
Più prudente la posizione della Royal British Legion, l’organizzazione che distribuisce ogni anno circa 35 milioni di papaveri e distintivi per raccogliere fondi destinati ai veterani e alle loro famiglie. Un portavoce ha ricordato che ciascuno è libero di scegliere quale simbolo indossare, ribadendo però il significato inclusivo del tradizionale papavero rosso.
La controversia rivela quanto profondamente il conflitto mediorientale sia penetrato nella vita pubblica europea, arrivando a investire simboli che per oltre un secolo avevano rappresentato un patrimonio condiviso. Il ricordo dei caduti britannici viene ora trascinato in una disputa politica che riguarda Israele, Gaza e Hamas, con il rischio di trasformare una commemorazione nazionale in un’altra occasione di contrapposizione ideologica.
Il prossimo 11 novembre, quando milioni di cittadini britannici si fermeranno per osservare il tradizionale minuto di silenzio, anche un piccolo fiore appuntato sul bavero potrebbe diventare motivo di scontro. Un segno eloquente di quanto sia difficile, nell’Europa di oggi, preservare persino la memoria dei morti dalle battaglie politiche dei vivi.

