Si chiamava Ihsan Daksa, era un colonnello druso dell’esercito israeliano e aveva capito, con largo anticipo, quanto potesse diventare pericoloso il confine con la Siria. Due anni dopo la sua morte in combattimento nella Striscia di Gaza, un’inchiesta del quotidiano israeliano Ynet rivela le operazioni militari che aveva diretto sulle alture del Golan, quando il regime di Bashar al-Assad era ancora al potere e la relativa tranquillità della frontiera induceva molti a sottovalutare i rischi.
Daksa, comandante della 401ª brigata corazzata, era caduto il 20 ottobre 2024 nel nord di Gaza. Aveva 41 anni. Prima di assumere quell’incarico aveva guidato la 474ª brigata territoriale sul Golan, dove aveva sviluppato una strategia di prevenzione delle minacce provenienti dalla Siria.
L’operazione, denominata «Raccolta dei datteri», prevedeva attacchi mirati contro postazioni siriane costruite nelle zone smilitarizzate a ridosso del territorio israeliano. Nel novembre 2021 furono colpite le postazioni di Kafiyot e Nachshon, mentre nell’agosto 2023 venne attaccato l’avamposto di Migrena, l’obiettivo più lontano raggiunto durante quella campagna.
Il problema riguardava soprattutto la fascia compresa tra la recinzione israeliana e la linea Alpha, uno dei riferimenti territoriali stabiliti dagli accordi di disimpegno del 1974. In quell’area, sottoposta a particolari limitazioni militari, le forze siriane avevano cominciato a installare tende, strutture e postazioni avanzate.
Daksa temeva che quelle installazioni potessero diventare basi operative per future aggressioni, eventualmente sfruttate anche da Hezbollah. Per questo aveva promosso incursioni terrestri e interventi con carri armati e missili anticarro Spike, cercando di allontanare le forze siriane dalla frontiera.
La sua preoccupazione andava oltre la situazione militare immediata. Il regime di Assad, indebolito dalla guerra civile, poteva apparire incapace di rappresentare una minaccia significativa. Daksa riteneva tuttavia che gli equilibri regionali fossero destinati a cambiare e che Israele dovesse prepararsi in anticipo. «Pensava sempre almeno dieci mosse avanti», racconta la vedova Huda, ricordando la capacità del marito di comprendere il punto di vista dell’avversario e immaginare gli sviluppi futuri.
Un’altra sua preoccupazione riguardava i drusi siriani, soprattutto quelli della provincia meridionale di Suwayda. Daksa, nato nella comunità drusa israeliana di Daliyat al-Karmel, conosceva profondamente i legami storici e familiari che uniscono le comunità druse ai due lati della frontiera.
Secondo la moglie, seguiva con inquietudine la loro situazione, temendo che un eventuale sconvolgimento degli equilibri siriani potesse esporli a gravi violenze. I massacri contro i drusi avvenuti a Suwayda nel luglio 2025, dopo il crollo del regime di Assad, hanno conferito a quelle preoccupazioni un significato particolarmente doloroso.
I militari che servirono sotto il suo comando ricordano anche un ufficiale capace di mantenere rapporti umani profondi con i subordinati, interessato alle loro famiglie e attento alle difficoltà personali.
La vicenda di Daksa riporta oggi l’attenzione su una questione decisiva per la sicurezza israeliana. La caduta di Assad nel dicembre 2024 ha trasformato radicalmente il quadro siriano, rendendo ancora più importante il controllo delle aree prossime al Golan.
Il colonnello druso aveva individuato proprio in quella frontiera apparentemente tranquilla una possibile origine delle crisi future. La sua eredità militare resta legata a questa intuizione e alla convinzione che la difesa di Israele richieda di riconoscere i pericoli molto prima che arrivino ai suoi confini.

