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Norvegia, va a fondo il fondo contro Israele

Il gigante finanziario di Oslo chiude il terzo trimestre 2026 in rosso, mentre prosegue il disinvestimento dalle aziende israeliane

Paolo Montesi

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Norvegia, va a fondo il fondo contro Israele
Iimmagine generata con AI

Il fondo sovrano norvegese, che negli ultimi due anni ha progressivamente liquidato numerosi investimenti in Israele invocando ragioni etiche e politiche, ha chiuso il terzo trimestre del 2026 con una perdita di circa 29,7 miliardi di dollari. Il risultato negativo arriva mentre il più grande investitore istituzionale del mondo, con un patrimonio amministrato di 2.300 miliardi di dollari, continua a ridurre la propria esposizione verso alcune delle maggiori società israeliane.

La perdita, pari a un rendimento trimestrale negativo dello 0,5%, è stata determinata soprattutto dall’aumento dei tassi d’interesse, che ha penalizzato il portafoglio obbligazionario. Non esistono elementi per attribuirla direttamente alla decisione di disinvestire da Israele, sebbene la coincidenza temporale abbia richiamato l’attenzione sulle scelte del fondo e sui criteri che ne orientano la gestione.

Alimentato dai proventi norvegesi del petrolio e del gas, il Government Pension Fund Global possiede partecipazioni in circa 7.100 società e detiene mediamente l’1,5% delle azioni quotate sui mercati mondiali. Una dimensione che conferisce alle sue decisioni un peso considerevole, anche quando riguardano partecipazioni relativamente modeste.

Il progressivo disimpegno da Israele è cominciato prima delle più recenti decisioni. Nel dicembre 2024 il fondo ha completato la vendita delle proprie azioni in Bezeq, il principale operatore israeliano delle telecomunicazioni, sostenendo che i servizi forniti agli insediamenti in Cisgiordania fossero incompatibili con i suoi criteri etici. Nel maggio 2025 è stata la volta della società energetica Paz, accusata di garantire infrastrutture per la distribuzione di carburante negli stessi territori.

La svolta più significativa è arrivata nell’agosto 2025, dopo le rivelazioni del quotidiano norvegese Aftenposten sugli investimenti nella società Bet Shemesh Engines, attiva anche nella manutenzione dei motori degli aerei militari israeliani. Il governo di Oslo ha chiesto una revisione delle partecipazioni e il fondo ha annunciato la vendita delle quote in undici società israeliane, interrompendo contemporaneamente i rapporti con i gestori esterni incaricati degli investimenti nel Paese.

Successivamente sono state escluse altre sei aziende, mentre alla fine di agosto il disinvestimento ha raggiunto il sistema bancario. Le partecipazioni in Bank Hapoalim, Bank Leumi, Mizrahi Tefahot, First International Bank e FIBI, valutate complessivamente circa 661 milioni di dollari, sono state liquidate perché, secondo il comitato etico del fondo, gli istituti contribuivano finanziariamente allo sviluppo degli insediamenti.

La stessa politica ha coinvolto l’americana Caterpillar, produttrice dei bulldozer D9 utilizzati anche dalle forze armate israeliane. La decisione ha provocato una protesta del dipartimento di Stato americano, che ha contestato le accuse rivolte all’azienda e al governo israeliano. Oslo ha difeso l’autonomia gestionale del fondo, pur riconoscendo la necessità di rispettarne le direttive etiche.

Intanto, i risultati finanziari impongono prudenza. Nel terzo trimestre il rendimento del fondo è rimasto inferiore di 0,18 punti percentuali rispetto al proprio indice di riferimento. Il vicepresidente Trond Grande ha spiegato che la gestione mantiene una posizione leggermente cauta verso il mercato azionario, soprattutto nei confronti di alcuni grandi gruppi tecnologici, anche alla luce dei rischi legati alle valutazioni delle società impegnate nell’intelligenza artificiale.

La Norvegia si trova così a gestire una questione delicata, nella quale gli obiettivi finanziari convivono con decisioni di forte significato politico. Il ministro delle Finanze Jens Stoltenberg ha precisato che Oslo non intende liquidare indiscriminatamente tutte le partecipazioni israeliane. Resta tuttavia aperto il confronto sull’applicazione dei criteri etici e sulle conseguenze economiche delle esclusioni, in un momento in cui persino un fondo di queste dimensioni deve misurarsi con mercati sempre più instabili.