Due milioni e mezzo di dollari che non sono proprio due lirette. È questa la cifra che UN Watch mette sul tavolo nel suo nuovo dossier sui finanziamenti e sui sostegni esterni agli esperti delle Nazioni Unite. E tra i nomi che compaiono nell’inchiesta c’è quello di Francesca Albanese, la relatrice speciale dell’ONU per i territori palestinesi, diventata negli ultimi anni una delle figure più controverse del dibattito internazionale su Israele. Ma siccome noi siamo dei garantisti per convinzione e professione, non diamo per scontato nulla, men che mai le accuse. Però ci imponiamo il dovere di raccontare quel che succede. E allora partiamo dalla notizia annunciata urbi et orbi.
Secondo UN Watch, che il 19 ottobre ha presentato al Parlamento britannico una banca dati dedicata alla trasparenza delle procedure speciali dell’ONU, il valore complessivo dei sostegni riconducibili all’attività di Albanese ammonterebbe a circa 2,56 milioni di dollari. Una cifra che comprende stime relative a servizi, collaborazioni, viaggi e altre risorse messe a disposizione da soggetti esterni. È bene chiarirlo subito, perché la distinzione è essenziale: non si tratta di denaro che risulti incassato personalmente dalla relatrice, né di una prova di finanziamenti illeciti. La contestazione riguarda la trasparenza e la rendicontazione di quei sostegni.
Ed è proprio qui che la questione diventa politicamente delicata. Chi indaga sulle violazioni dei diritti umani, formula accuse contro governi e contribuisce a orientare il giudizio dell’opinione pubblica internazionale dovrebbe essere al riparo da ogni ragionevole dubbio sulla propria indipendenza. Sapere chi contribuisce a finanziare un’attività di questo genere è dunque una legittima esigenza di trasparenza.
UN Watch, guidata da Hillel Neuer e da tempo duramente critica nei confronti di Albanese, sostiene che le dichiarazioni ufficiali esaminate non restituiscano un quadro adeguato delle risorse esterne impiegate. L’organizzazione chiede controlli più rigorosi, in un sistema nel quale gli esperti indipendenti dell’ONU svolgono incarichi di grande rilevanza internazionale senza essere funzionari stipendiati per quel mandato.
Le contestazioni hanno una storia. Già nel maggio 2025 UN Watch aveva sollevato interrogativi sui finanziamenti esterni collegati a un viaggio compiuto da Albanese in Australia e Nuova Zelanda nel novembre 2023. In quell’occasione erano state chiamate in causa organizzazioni filopalestinesi che avrebbero contribuito alle spese. Il Comitato di coordinamento delle procedure speciali dell’ONU aveva riconosciuto l’esistenza di sostegni esterni parziali, senza ravvisare una violazione del codice di condotta. Una conclusione che UN Watch aveva contestato.
Un’altra polemica aveva riguardato la richiesta di un compenso per un intervento destinato agli studenti della Columbia University, nel maggio 2024. Secondo la documentazione diffusa dall’organizzazione, il pagamento sarebbe stato destinato al sostegno di una collaboratrice attraverso un istituto di ricerca. Il Comitato aveva giudicato inappropriata la richiesta, senza accertare una violazione delle regole.
Albanese ha sempre respinto le accuse di irregolarità. Ed è giusto ricordarlo, così come è necessario distinguere le contestazioni di UN Watch dagli accertamenti degli organismi competenti. Resta però una domanda che merita una risposta pubblica, documentata e convincente. Quali risorse esterne sostengono concretamente l’attività di un relatore speciale e attraverso quali controlli se ne garantisce l’indipendenza?
Il punto acquista un peso particolare nel caso di Albanese, le cui dichiarazioni su Israele hanno suscitato forti polemiche e le cui prese di posizione sono spesso diventate materia di scontro diplomatico. Proprio per questo, una rendicontazione completa sarebbe anche nel suo interesse, perché consentirebbe di separare i fatti dalle accuse e le responsabilità effettive dalle controversie politiche.
La credibilità delle Nazioni Unite si misura anche dalla disponibilità a sottoporre i propri rappresentanti a verifiche rigorose. Chi chiede conto agli Stati delle loro azioni deve poter rendere conto, con altrettanta chiarezza, delle condizioni nelle quali esercita il proprio mandato. È insomma quel che si dice una questione di fiducia. E oggi, per l’ONU come per Francesca Albanese, quella fiducia merita qualcosa di più di una polemica tra accusatori e accusati.

