Le elezioni israeliane consegnano un risultato paradossale: Benjamin Netanyahu sopravvive politicamente, ma Israele rischia di restare ingovernabile. Con oltre l’85% delle schede scrutinate, al blocco del premier vengono attribuiti 53 seggi, contro i 48 dell’opposizione guidata da Gadi Eisenkot e i 19 conquistati dai partiti arabi. Nessuno dei due schieramenti dispone dei 61 seggi necessari per ottenere la maggioranza alla Knesset. Il dato resta provvisorio, ma il messaggio politico è già evidente: con un’affluenza del 77,7%, la più alta dal 1999, gli israeliani sono tornati in massa alle urne, senza che dal voto emergesse una maggioranza parlamentare.
È uno dei limiti del sistema proporzionale israeliano, che consente ai piccoli partiti di esercitare un’influenza decisiva sulla formazione delle maggioranze. Netanyahu ha costruito la propria sopravvivenza politica sull’alleanza con formazioni religiose e ultranazionaliste, attribuendo a leader come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich un peso decisivo. Eisenkot, dal canto suo, dovrebbe riunire forze profondamente diverse e affrontare il nodo dei partiti arabi, rafforzati dal voto. La Lista Comune e Ra’am, che insieme conquistano per il momento 19 seggi, hanno orientamenti differenti e la loro eventuale partecipazione, diretta o indiretta, a una maggioranza alternativa resta politicamente controversa. Il rischio è che ancora una volta siano le componenti più intransigenti a decidere il destino del Paese.
Netanyahu resta al centro della scena politica. Il 7 ottobre 2023 avrebbe potuto segnare la fine della sua carriera. Tre anni dopo, Netanyahu è ancora il protagonista della politica israeliana. Ha fatto dei risultati militari ottenuti contro Hamas, Hezbollah e l’Iran uno dei principali argomenti della sua campagna elettorale, senza riuscire a tradurli in un mandato parlamentare autosufficiente. La sua capacità di sopravvivere politicamente continua a superare quella del sistema israeliano di garantire stabilità.
Le conseguenze regionali potrebbero essere profonde. Un Netanyahu ancora dipendente dagli alleati più radicali avrebbe margini ridotti per raggiungere compromessi su Gaza e Cisgiordania. Potrebbe prevalere una linea ancora più securitaria, fondata su deterrenza, operazioni preventive e pressione militare. L’Iran resta il dossier centrale: Netanyahu ha già evocato la possibilità di una nuova iniziativa con Washington contro Teheran. Il rischio è che la necessità di consolidare la propria leadership interna finisca per rafforzare una postura strategica sempre più assertiva.
Ma anche l’alternativa Eisenkot incontrerebbe difficoltà. Un governo nato soprattutto per escludere Netanyahu, senza un accordo sulla sicurezza, sui rapporti con i palestinesi e sul ruolo della religione nello Stato, rischierebbe di rivelarsi fragile fin dall’inizio.
Il 3 novembre si voterà anche negli Stati Uniti. Le elezioni di metà mandato potrebbero modificare gli equilibri del Congresso e quindi i margini politici di Donald Trump. Una Camera dei rappresentanti a maggioranza democratica rafforzerebbe il controllo parlamentare sull’amministrazione Trump e potrebbe aumentare la pressione sulle sue scelte in Medio Oriente; una tenuta repubblicana rafforzerebbe invece la continuità dell’asse Washington-Gerusalemme. In entrambi i casi, l’Iran resterà al centro del rapporto strategico fra i due Paesi.
Israele si trova così davanti a un doppio problema: una società che chiede sicurezza e un sistema politico che fatica a produrre governi capaci di garantirla senza dipendere dagli estremismi. Dopo tre anni di guerra, la forza militare israeliana è indiscutibile. Molto meno evidente è la capacità della sua classe politica di trasformarla in un ordine regionale stabile. Perché la sicurezza non consiste soltanto nello sconfiggere i nemici. Consiste anche nell’avere istituzioni sufficientemente solide da non diventare ostaggio dei propri alleati.

