Il Partito Verde britannico è stato formalmente dichiarato razzista dal Board of Deputies of British Jews, il principale organismo rappresentativo degli ebrei del Regno Unito. La decisione, approvata domenica 25 ottobre con 118 voti favorevoli e uno contrario, segna una rottura nei rapporti tra la comunità ebraica e una formazione politica che, all’inizio del mese, aveva inserito nel proprio programma l’equiparazione del sionismo al razzismo.
All’origine dello scontro c’è il congresso dei Verdi di Inghilterra e Galles, svoltosi a Brighton il 4 ottobre, durante il quale una mozione intitolata Zionism is Racism è stata approvata con 1.022 voti favorevoli e 813 contrari. Il documento definisce il sionismo un progetto etnonazionalista e sostiene la creazione di un unico Stato palestinese democratico sull’intero territorio della Palestina storica, una prospettiva che comporterebbe la fine di Israele come Stato ebraico.
La scelta ha provocato forti tensioni anche all’interno del partito, guidato da Zack Polanski, politico di origine ebraica. Diversi parlamentari verdi hanno contestato la mozione, giudicandola incompatibile con il riconoscimento dei diritti nazionali del popolo ebraico. Le obiezioni, tuttavia, non hanno impedito che il documento diventasse parte della linea ufficiale del partito.
Per il Board of Deputies, che rappresenta comunità e organizzazioni ebraiche britanniche attraverso una struttura elettiva, la questione investe direttamente l’identità degli ebrei del Paese. Il suo presidente, Phil Rosenberg, ha accusato i Verdi di avere oltrepassato un limite fondamentale, trasformando in una forma di razzismo un elemento che appartiene alla storia, alla cultura e alla coscienza nazionale di gran parte del mondo ebraico.
La risoluzione approvata domenica avrà conseguenze concrete. Il Board ha annunciato che tratterà i Verdi secondo gli stessi criteri adottati nei confronti delle altre organizzazioni considerate razziste e ha invitato le forze democratiche britanniche a riconsiderare i rapporti politici con il partito finché la mozione resterà in vigore. L’avvertimento riguarda soprattutto le amministrazioni locali, dove laburisti e Verdi partecipano talvolta alle stesse maggioranze.
Il Labour ha già chiesto ai propri alleati verdi in alcune amministrazioni di prendere le distanze dalla decisione congressuale, prospettando altrimenti la fine della collaborazione.
I Verdi respingono le accuse. Un portavoce ha sostenuto che il partito non discrimina le persone che si riconoscono nel sionismo e che la mozione esprime una posizione politica contraria alle politiche israeliane nei confronti dei palestinesi. Secondo la dirigenza, l’opposizione al sionismo deve essere distinta dall’ostilità verso gli ebrei.
È precisamente questa distinzione a essere diventata il centro della controversia. Per le organizzazioni ebraiche britanniche, definire razzista il principio dell’autodeterminazione nazionale degli ebrei rischia di trasformare una convinzione condivisa da una parte considerevole della comunità in motivo di delegittimazione politica e sociale.
La vicenda ha inoltre riaperto una discussione che supera i confini britannici. Nel 1975 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva approvato una risoluzione che equiparava il sionismo al razzismo, successivamente revocata nel 1991. Il ritorno di quella formula nel programma di un partito europeo ha suscitato critiche anche tra i Verdi tedeschi e negli ambienti ecologisti europei.
La frattura britannica pone ora un problema destinato a pesare sugli equilibri politici del Paese. Il Board of Deputies ha dichiarato di voler continuare a sostenere gli esponenti verdi contrari alla mozione, chiedendo alla dirigenza di modificarne l’indirizzo. Per Polanski e il suo partito si apre dunque una fase delicata, nella quale la gestione del dissenso interno e i rapporti con le istituzioni ebraiche diventeranno una prova della capacità dei Verdi di conciliare le proprie posizioni sul conflitto israelo-palestinese con il pluralismo che dichiarano di difendere.

