L’esito delle urne in Israele ha prodotto quello che era ampiamente previsto: una situazione di stallo perché nessuno dei due grandi blocchi ha ottenuto la maggioranza di 61 seggi necessaria per formare un nuovo governo. Di conseguenza, sia il blocco di Netanyahu sia quello dell’opposizione sono al centro di contatti con i partiti arabi dopo i risultati elettorali: «Tutti ci stanno parlando, non solo dal “blocco del cambiamento”», sottolinea Mansour Abbas, il leader di Ra’am, la Lista Araba Unita, un partito arabo conservatore con radici nel ramo meridionale del Movimento islamico in Israele. Ra’am si è separato dalla Lista Congiunta nel 2021, sostenendo che i cittadini arabi ottengono maggiori risultati partecipando alla politica israeliana piuttosto che restare in un’opposizione permanente. Si concentra su questioni pratiche per i cittadini arabi, come criminalità, bilanci, alloggi e infrastrutture, piuttosto che sulle rivendicazioni nazionali palestinesi.
Nel 2021 Abbas ha negoziato con Netanyahu prima di unirsi al governo Bennett-Lapid, rendendo Ra’am il primo partito arabo indipendente a entrare in una coalizione di governo da decenni. In queste elezioni Ra’am si è presentato nuovamente con una lista autonoma e ha candidato Yoav Segalovitz, ex alto funzionario ebreo della polizia, al secondo posto della lista. Ha segnalato apertura a un governo guidato da Gadi Eisenkot, ma ha detto che «non ci sono ancora numeri per un governo» e che deciderà soltanto quando si delineerà una coalizione in grado di garantire quattro anni di stabilità. Secondo i risultati parziali, che attribuiscono 53 seggi al blocco di Netanyahu e 19 ai partiti arabi, nessuno dei due schieramenti può raggiungere i 61 senza il sostegno di almeno una parte della rappresentanza araba. I dati restano provvisori, in attesa del completamento dello scrutinio, comprese le cosiddette «buste doppie».
La mancanza di una chiara maggioranza per entrambi gli schieramenti potrebbe significare settimane di tentativi di formare coalizioni, con la possibilità di nuove elezioni all’orizzonte in caso di fallimento dei negoziati. Nei giorni precedenti le elezioni, Netanyahu ha ripetutamente invocato il rovesciamento del regime iraniano. Alcune notizie, smentite da Netanyahu, riportavano che i vertici militari si erano opposti ai suoi piani per un’operazione militare prima delle elezioni.
Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno interrotto i negoziati con l’Iran, ma che eventuali attacchi sarebbero stati rinviati a dopo le elezioni americane di metà mandato del 3 novembre, nelle quali si prevede che il Partito repubblicano perderà terreno. Rivolgendosi ai sostenitori durante un comizio, Netanyahu ha affermato che Israele ha un’«opportunità unica» con Trump per «eliminare per sempre la minaccia esistenziale dell’Iran».
Nel suo intervento post-elettorale, Eisenkot ha avvertito i vertici della sicurezza israeliana che devono servire gli interessi nazionali e non le esigenze politiche di Netanyahu, definito un primo ministro uscente «senza mandato».
Tutti gli occhi saranno puntati sul presidente Isaac Herzog, che di solito mantiene un ruolo cerimoniale e discreto, ma che dovrà decidere a chi affidare il primo incarico di formare un governo.
L’incertezza politica prodotta dal voto israeliano non offre ai palestinesi prospettive immediate di sollievo. La mancata sconfitta di Benjamin Netanyahu lascia aperta la possibilità di una continuità di governo, mentre un’eventuale alternativa potrebbe attenuare alcune delle politiche più dure senza imprimere una svolta al processo di costituzione di uno Stato palestinese. Sullo sfondo resta la rivalità con la Turchia, alimentata dalla guerra a Gaza e, soprattutto, dai contrapposti interessi in Siria.
Il fronte di opposizione riunisce Gadi Eisenkot, Naftali Bennett, Yair Lapid, Avigdor Lieberman e Yair Golan. Bennett e Lapid si sono presentati insieme nella lista Beyachad. Le loro posizioni divergono su insediamenti, Autorità nazionale palestinese e futuro di Gaza. Eisenkot, indicato come possibile guida di una coalizione alternativa, sostiene gli insediamenti che ritiene legittimi, ma rifiuta l’annessione dell’intera Cisgiordania e lo smantellamento dell’Anp. Bennett appoggia invece l’annessione dell’Area C, circa il 60% del territorio, mentre Lieberman propone una linea ancora più rigida verso l’Autorità palestinese.
Un cambiamento potrebbe riguardare il contrasto alla violenza dei coloni. Eisenkot chiede maggiore fermezza e Golan vuole interrompere i finanziamenti agli avamposti illegali. Una diversa maggioranza potrebbe frenare il deterioramento della situazione nei territori palestinesi e mostrarsi più sensibile alle pressioni internazionali. Tra i dossier decisivi figura il progetto E1, a est di Gerusalemme, che minaccia la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese.
Altrettanto urgente è la crisi finanziaria dell’Anp. Il trattenimento delle entrate fiscali riscosse da Israele per conto dell’Anp compromette il pagamento degli stipendi, l’erogazione dei servizi e la tenuta delle istituzioni palestinesi. Uno sblocco darebbe respiro a insegnanti, sanitari e dipendenti pubblici, pagati solo parzialmente. Una nuova legislatura dominata dall’estrema destra rischierebbe invece di aggravare il dissesto fino a compromettere la sopravvivenza dell’Autorità.
A Gaza, devastata dalla guerra, la ricostruzione dipende anche dagli equilibri israeliani. Il piano del presidente statunitense Donald Trump collega ulteriori ritiri militari al disarmo di Hamas. Eisenkot sostiene il quadro americano; Bennett vuole mantenere le attuali posizioni fino al disarmo; Golan propone un ruolo dell’Anp insieme a partner regionali e internazionali. L’estrema destra alleata di Netanyahu sostiene invece il ritorno degli insediamenti israeliani nella Striscia, in contrasto con il piano.
Per i cittadini palestinesi di Israele, circa un quinto della popolazione, il voto può incidere sulla risposta alla criminalità organizzata e alle discriminazioni. L’opposizione promette interventi più incisivi; Golan affianca alla sicurezza misure educative e sociali. Un ridimensionamento dell’estrema destra potrebbe inoltre portare a un allentamento delle restrizioni imposte ai detenuti palestinesi sotto la gestione del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir.
Resta lontana la soluzione dei due Stati, respinta o accantonata da gran parte dei leader dell’opposizione. Golan costituisce un’eccezione, con il sostegno a uno Stato palestinese smilitarizzato. Secondo quanto sottolinea Khaled Elgindy, la priorità immediata è ormai preservare la possibilità dei palestinesi di vivere sulla propria terra.
Sul fronte turco, un governo diverso potrebbe ridurre l’asprezza dello scontro personale tra Netanyahu e Recep Tayyip Erdoğan. Difficilmente, però, eliminerebbe le cause della rivalità. La Siria è il punto più delicato: Ankara sostiene la formazione di un’autorità centrale forte nella Siria del dopo Assad, mentre Israele teme che la presenza turca consolidi una minaccia lungo i suoi confini. Attacchi e movimenti militari alimentano il rischio di un incidente capace di trascinare i due Paesi in uno scontro diretto.
La competizione si estende al Mediterraneo orientale, al Mar Rosso e al Corno d’Africa, attraverso alleanze e interessi militari ed economici. Stati Uniti e Azerbaigian cercano di favorire meccanismi di de-escalation, ma le divergenze sulla presenza israeliana in Siria ostacolano un’intesa stabile. Restano tuttavia legami commerciali ed energetici e un comune interesse a evitare la guerra. Il petrolio azero continua a raggiungere Israele passando dalla Turchia: un legame di interessi che può favorire il pragmatismo oltre la retorica dei leader. Una nuova «pace fredda» appare possibile: il voto può modificarne i toni e i tempi, senza sciogliere i nodi che legano sicurezza regionale e questione palestinese.

