A Budapest due sinagoghe storiche sono tornate a ospitare preghiere e fedeli dopo decenni di abbandono o di utilizzo per scopi estranei alla religione. La loro riapertura, avvenuta a settembre, rappresenta un nuovo capitolo nella ricostruzione della vita ebraica ungherese, quasi cancellata dalla Shoah e successivamente soffocata dal regime comunista. Uno dei due edifici è stato trasformato nel primo luogo di culto europeo destinato specificamente agli adolescenti ebrei.
Il recupero è stato promosso da organizzazioni legate al movimento chassidico Chabad-Lubavitch, impegnate da anni nel riavvicinamento all’ebraismo di una popolazione che conserva spesso un’identità familiare e culturale, pur avendo perduto il rapporto con la pratica religiosa.
La vicenda più significativa riguarda la sinagoga di Rákospalota, quartiere della capitale ungherese. Inaugurata nel 1926, quando Budapest ospitava una delle comunità ebraiche più importanti d’Europa, aveva cessato la propria funzione religiosa dopo le deportazioni naziste. Nazionalizzata dalle autorità comuniste, era stata successivamente trasformata in un deposito della Biblioteca nazionale Széchényi.
Per oltre sessant’anni, dove un tempo si pregava erano stati conservati libri e carte geografiche. Un pavimento di cemento aveva diviso lo spazio interno, cancellando quasi completamente l’architettura originaria. Erano sopravvissuti alcuni elementi decorativi, le vetrate colorate e la nicchia che indicava la posizione dell’Aron ha-Kodesh, l’armadio sacro destinato a custodire i rotoli della Torah.
Il restauro, durato quattro anni e costato circa due milioni di dollari, ha permesso di restituire l’edificio alla comunità. Alla nuova consacrazione, il 17 settembre, hanno partecipato anche residenti ebrei del quartiere che fino ad allora non avevano mai frequentato una sinagoga.
La seconda riapertura riguarda un edificio di via Dessewffy, nel sesto distretto di Budapest. La sua storia risale al 1870, quando cocchieri e facchini ebrei della vicina stazione ferroviaria Nyugati trasformarono un fienile in luogo di preghiera. Chiuso da oltre un decennio per la progressiva scomparsa dei fedeli, è stato restaurato e riaperto il 7 settembre.
Oggi accoglie ogni settimana tra quaranta e cinquanta ragazzi nell’ambito di CTeen, il programma giovanile internazionale di Chabad. L’iniziativa punta a ricostruire un legame con l’ebraismo proprio nell’età in cui l’appartenenza religiosa e culturale assume un significato personale.
La rinascita acquista un valore particolare considerando la storia degli ebrei ungheresi. Prima della Seconda guerra mondiale Budapest contava oltre 200 mila ebrei, circa un quarto della popolazione cittadina. La Shoah ne sterminò approssimativamente la metà, mentre le politiche del regime comunista contribuirono nei decenni successivi alla chiusura delle istituzioni religiose e alla diffusione dell’assimilazione.
Oggi le stime sulla popolazione ebraica dell’Ungheria oscillano tra 45 mila e 120 mila persone, a seconda dei criteri adottati. La grande maggioranza vive nella capitale, dove sono attive circa venticinque sinagoghe. Il ritorno alla vita comunitaria, tuttavia, si accompagna a tensioni tra Chabad e Mazsihisz, l’organizzazione rappresentativa dell’ebraismo neologo ungherese, che contesta al movimento chassidico il peso crescente nella gestione delle risorse e del patrimonio storico.
Andor Grosz, presidente di Mazsihisz, ha accolto favorevolmente le riaperture, esprimendo però dubbi sulla possibilità che le nuove congregazioni riescano a mantenersi nel tempo. Per il rabbino Shlomó Köves, alla guida dell’organizzazione EMIH, la strategia è invece quella di riaprire gli edifici anche dove una comunità religiosa organizzata ancora non esiste, confidando che la disponibilità di un luogo di incontro favorisca il ritorno delle persone.
A Budapest, dunque, il recupero delle sinagoghe abbandonate sta diventando anche un esperimento sul futuro dell’identità ebraica europea. Dopo generazioni segnate dalla persecuzione e dal silenzio, la sfida consiste nel trasformare la memoria familiare in una nuova esperienza collettiva, capace di coinvolgere soprattutto chi è cresciuto lontano dalle proprie radici.

