Dopo una campagna elettorale carica di passioni, tensioni alle stelle, istigazioni all’odio, provocazioni e grandissime speranze di cambiamento, o quantomeno di stabilità, nutrite da molti israeliani, i cittadini di Israele si sono risvegliati ancora una volta in una realtà dominata dall’incertezza e dal caos politico. Israele è diventato un Paese così polarizzato e lacerato da rendere ormai impossibile governarlo in maniera efficace?
Questa volta, bisogna dirlo, la maggior parte dei sondaggi ha sbagliato. A eccezione di una sola emittente televisiva, che aveva previsto con una certa precisione i risultati elettorali, sembra proprio che i sondaggisti dovranno rivedere seriamente i propri metodi di lavoro e la capacità di interpretare gli orientamenti politici degli elettori israeliani.
Enormi erano le speranze nel cosiddetto Blocco del cambiamento. Il clima era positivo, anche se accompagnato dal timore costante che qualcosa potesse andare storto ancora una volta. E infatti i risultati elettorali hanno lasciato molti sbalorditi e sotto shock. È successo naturalmente anche in Europa e nel mondo occidentale, ma soprattutto tra coloro che speravano ardentemente in un cambiamento di rotta autentico e radicale, in un vero ribaltamento degli equilibri politici israeliani.
E invece il primo ministro Benjamin Netanyahu, l’eterno mago della politica, è riuscito ancora una volta, in qualche modo, a uscire rafforzato da queste elezioni. Certo, non ha vinto. Tutt’altro. Ma neppure il Blocco del cambiamento ha conquistato il numero di seggi che quasi tutti i sondaggi gli attribuivano. Una delle ragioni è naturalmente lo straordinario successo dei partiti arabi, i cui elettori questa volta sono davvero «accorsi in massa» alle urne, decidendo di esercitare pienamente i propri diritti di cittadini e di partecipare al gioco politico dello Stato di Israele. Il loro successo è stato talmente grande, probabilmente persino troppo grande, da penalizzare le dimensioni del Blocco sionista del cambiamento, formato dai partiti sionisti contrari a Benjamin Netanyahu. Come si spiega, allora, che proprio Bibi Netanyahu si consideri il vincitore, mentre il Blocco del cambiamento si senta sconfitto?
In realtà, i numeri raccontano una storia diversa. Il blocco di Netanyahu, quello dell’attuale coalizione di governo, ha perso almeno dieci seggi rispetto alla Knesset uscente. Di fatto, il primo ministro registra il peggior risultato di sempre in termini di consistenza del proprio blocco parlamentare. Tanto che, alla luce dell’attuale distribuzione dei seggi, non ha alcuna possibilità di ricostituire una coalizione di «destra al cento per cento», come amava definirla e vantarsene durante l’ultima legislatura. Dall’altra parte, però, anche il Blocco del cambiamento è lontano dall’obiettivo.
La decisione dei suoi leader di dichiarare pubblicamente che non avrebbero collaborato con i partiti arabi, né avrebbero consentito loro di sostenere indirettamente, attraverso l’astensione, la nascita di un governo di minoranza, ha compromesso gravemente le possibilità dello schieramento anti-Netanyahu di realizzare il cambiamento.
Eppure, se guardiamo ai numeri, l’opposizione a Netanyahu, considerando insieme partiti sionisti e arabi, dispone di una netta maggioranza rispetto alla sua coalizione. In una realtà diversa, più ragionevole e coraggiosa, una normale collaborazione tra tutti i partiti di opposizione porrebbe fine molto rapidamente all’era Netanyahu. Questo esperimento era già stato tentato con successo dalla coalizione del cambiamento guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid, che avevano scelto di governare insieme a Mansour Abbas. Ma quell’esperimento non durò a lungo. Ra’am, il partito che teneva in vita quel governo, non riuscì a conquistare la fiducia dell’opinione pubblica. Il fatto di dipendere da un partito arabo islamico, per quanto coraggioso fosse il suo leader, finì per contribuire alla caduta dell’esecutivo. Lo stesso Netanyahu aveva tentato una soluzione del genere ancora prima, arrivando quasi a realizzarla, finché Bezalel Smotrich non bloccò l’operazione. Perché, allora, non riprovarci oggi? Perché Israele, dopo il 7 ottobre, è semplicemente un altro Paese.
L’odio, le preoccupazioni e le paure si sono acuiti ulteriormente. Anche molti di coloro che qualche anno fa erano disposti a concedere una possibilità a quell’esperimento hanno cambiato completamente posizione. Nella società israeliana ci sono ancora molte persone, soprattutto nella sinistra sionista, ma anche al di fuori di essa, convinte che, se i partiti ebraici abbandonassero il tradizionale boicottaggio delle formazioni arabe, sarebbe possibile costruire già da tempo una realtà politica diversa. Ma oggi la stragrande maggioranza dei cittadini israeliani non vuole una soluzione del genere. Il sentimento nazionale ebraico e il patriottismo israeliano hanno prevalso su tutto, da ogni parte dello schieramento politico. E al momento questo atteggiamento tiene tutti prigionieri, lasciando pochissimo spazio di manovra per uscire dalla grande crisi.
Nessuno dei due schieramenti ha una possibilità concreta di governare e l’unica opzione è un governo di unità nazionale. Anche qui, però, la diffidenza e l’ostilità reciproche sono talmente profonde che la convinzione che Netanyahu tornerà a ingannare, a mentire e a tendere trappole a chiunque cerchi di allearsi con lui «per il bene dello Stato di Israele» impedisce, almeno per ora, una soluzione del genere. E tuttavia potrebbe arrivare il momento in cui non ci sarà altra scelta.
La pressione della Casa Bianca, e dello stesso presidente Trump, secondo quanto già riportato, sta cominciando ad aumentare. Trump vuole un governo di unità nazionale, senza gli estremisti, senza Ben Gvir e Smotrich e senza i partiti ultraortodossi. Il blocco del cambiamento dovrà dunque ingoiare ancora una volta il rospo? Dovrà offrire nuovamente a Netanyahu una ciambella di salvataggio? Lo dirà il tempo.
I sostenitori del Blocco del cambiamento, in questi giorni, si aggirano abbattuti, sotto shock e profondamente amareggiati. Eppure qualcosa è successo. La fiducia dell’opinione pubblica in Netanyahu è diminuita e il suo blocco è ormai lontano dalla forza che aveva in passato. D’altra parte, per moltissime persone è difficile comprendere come il Likud sia riuscito ancora una volta a conquistare 27 seggi, dopo che tanti suoi esponenti, ministri e parlamentari, hanno istigato all’odio e manifestato un disprezzo così profondo verso una parte consistente della popolazione che aveva osato criticare Netanyahu. Per tacere del disprezzo mostrato nei confronti delle famiglie degli ostaggi.
Conosco personalmente moltissimi elettori del Likud. Persone splendide. Ma evidentemente c’è qualcosa che va oltre il buon senso: l’incapacità di smettere di votare per ciò che si conosce, senza concedere una possibilità a qualcosa di diverso, anche di fronte a una gestione del potere davvero inadeguata, protrattasi per anni. Netanyahu, naturalmente, è un maestro nell’individuare questi punti deboli del proprio elettorato.
Nel momento decisivo ha saputo ancora una volta fare leva sulle paure più profonde degli israeliani: terrorizzarli con lo spettro dell’annientamento totale da parte dell’Iran, spaventarli con la minaccia degli arabi che distruggerebbero lo Stato di Israele, convincerli che chiunque si opponga a lui sia in realtà un sostenitore della nascita di uno Stato palestinese e della distruzione di Israele. Tutto questo, naturalmente, è lontanissimo dalla realtà. La verità è ben diversa. Eppure continua a funzionare, una volta dopo l’altra. Questa è la realtà con cui Israele deve fare i conti.
I Democratici di Yair Golan hanno condotto un’ottima campagna elettorale. La loro lista di candidati è eccellente: patrioti israeliani appartenenti alla sinistra. Lo stesso Yair Golan è una persona e un leader di grandissimo valore.
Eppure, alla fine, soltanto otto seggi. Un Israele che, dopo anni di guerre e terrorismo, si è spostato così decisamente a destra probabilmente, almeno per il momento, non può offrire molto di più. Questo, a quanto pare, è ciò che c’è. Probabilmente anche molti elettori tradizionali dei Democratici hanno finito per scegliere Eisenkot, mentre quelli più progressisti hanno addirittura votato per la Lista araba unita. Resta il fatto che otto seggi per la sinistra sionista sono un risultato deludente. L’intero ‘Blocco del cambiamento’ si era organizzato bene in vista delle elezioni. Le campagne elettorali erano state efficaci. Alla fine abbiamo ottenuto quello che abbiamo ottenuto. Questa è la realtà.
Israele è profondamente diviso. Da una parte tutti parlano della necessità di unità nazionale. E la guerra ha dimostrato che, quando si tratta di essere solidali l’un con l’altro e capaci di resistere con fermezza e coesione davanti alle minacce, gli israeliani non hanno eguali al mondo. Perché, allora, quando si arriva alla politica, tutto questo diventa impossibile? A tre anni dal 7 ottobre, la straordinaria unità che aveva attraversato il Paese si è dissolta, lasciando nuovamente spazio a un dibattito politico tossico e disgustoso. Netanyahu e i suoi uomini hanno lavorato proprio in questa direzione. Sapevano che sarebbe successo e ne hanno approfittato fino in fondo.
Un’ultima parola sui partiti arabi. Naturalmente bisogna evitare qualsiasi generalizzazione. E i partiti sionisti farebbero bene ad abbattere il muro della paura e a cominciare a comprendere che è impossibile continuare a ignorare politicamente il 20 per cento dei cittadini dello Stato di Israele. Ma anche nel mondo politico arabo esistono differenze importanti.
Mentre Mansour Abbas ha compiuto passi davvero straordinari per avvicinarsi alla società ebraica e sionista, troppi leader arabi che, da una parte, vogliono esercitare un’influenza politica e partecipare alla vita del Paese, dall’altra rilasciano dichiarazioni terribili sullo Stato di Israele, sono ancora oggi incapaci di definire Hamas un’organizzazione terroristica e rivolgono accuse durissime ai soldati dell’esercito israeliano. Tutto questo certamente non aiuta ad avvicinare la società israeliana nel suo complesso alla prospettiva di una futura collaborazione e, anzi, produce l’effetto opposto.
La strada è ancora lunga. Probabilmente ci vorrà almeno un’altra generazione prima che gli arabi israeliani, e forse persino la questione palestinese, riescano a rientrare in un dibattito politico considerato legittimo all’interno di uno Stato di Israele profondamente ferito. Nel frattempo, dobbiamo sperare che si trovi una soluzione politica, che i leader riescano a pensare fuori dagli schemi, mettano da parte il proprio ego e siano disposti persino a venir meno alle promesse fatte, pur di fare tutto il possibile per salvare lo Stato di Israele, restituirgli stabilità ed evitare a ogni costo un’altra tornata elettorale. E tutto questo mentre su Israele torna ad aleggiare il pericolo di una guerra imminente con l’Iran, che certamente sarà anch’essa sfruttata a fini politici.

