C’è una forma di antisemitismo che oggi ama travestirsi da linguaggio dei diritti umani. Non urla nelle piazze, non sfila con le svastiche al braccio, non distribuisce opuscoli razzisti. Fa qualcosa di più elegante e, proprio per questo, più disgustoso: accetta, tollera, strizza l’occhio. Vanessa Fraser, funzionaria delle Nazioni Unite incaricata di occuparsi di bambini e conflitti armati, prima tenta di zittire l’ambasciatore israeliano all’ONU, poi interagisce sui social con un account che diffonde l’immagine della bandiera israeliana sostituita da una svastica. Un dettaglio? Un incidente? Nient’affatto.
Da anni una parte dell’apparato internazionale ha trasformato Israele nell’imputato permanente della storia contemporanea. Ogni accusa viene accolta con entusiasmo, ogni spiegazione archiviata come propaganda, ogni prova contraria ignorata. Alla fine il passaggio successivo diventa quasi naturale: se Israele è il Male assoluto, il paragone con il nazismo smette di scandalizzare. Quando una funzionaria dell’ONU trova normale dialogare con chi usa la svastica contro lo Stato ebraico, la questione non riguarda più Israele ma l’ONU stessa.
Danny Danon, il rappresentante di Gerusalemme presso il Palazzo di Vetro, ha detto che la maschera è caduta. Più che caduta, però, sembra consumata dall’uso. Perché da tempo, in certi corridoi internazionali, l’ossessione contro Israele è diventata così abituale da non accorgersi nemmeno più quando è puro antisemitismo. O forse se ne accorge benissimo. Ed è questo il problema.
Bidoni della spazzatura
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