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⌥ La parola proibita

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Brunori ha raccontato quello che ha visto in Israele. Non ha chiesto di aderire a un partito, non ha firmato un manifesto. È bastato questo perché qualcuno gli appiccicasse addosso un’etichetta: sionista. Parola curiosa che per decenni ha indicato il movimento che ha dato vita allo Stato d’Israele e che oggi, in certi ambienti, è diventata un insulto. Non descrive più un’idea: serve a squalificare una persona.

È un piccolo capolavoro (si fa per dire) linguistico. Prima trasformi una convinzione politica in una colpa morale e poi fai in modo che chiunque rifiuti quella colpa debba difendersi. Così non si discute più di Israele, di Hamas o del terrorismo ma si processano le persone attraverso una parola. (Ricorda ai più vecchi come noi come un tempo si usava insultare qualcuno di sinistra dandogli del ‘troskista’).

Quando un termine smette di spiegare e comincia a marchiare, la libertà di pensiero ha già perso un pezzo di terreno. E il dibattito pubblico diventa un tribunale in cui l’accusa è sempre la stessa.«Sionista». Come se bastasse pronunciarla per chiudere il caso.



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