Roger Abravanel scrive sul Riformista una cosa che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore l’informazione: sempre più spesso i giornali non seguono i fatti ma i social. E i social non premiano la verità, premiano l’emozione.
Accade così che una notizia venga considerata credibile perché indigna, commuove o conferma un pregiudizio già esistente. La verifica passa in secondo piano. L’importante è che il contenuto circoli, produca reazioni, generi traffico. Il risultato è una gigantesca fabbrica delle emozioni nella quale rabbia, paura e commozione valgono più dei fatti. Chi controlla le emozioni controlla il racconto pubblico. Chi controlla i fatti, spesso, resta a guardare.
Poi ci stupiamo se le bugie viaggiano più veloci delle smentite. In realtà non c’è nulla di sorprendente: una società che sceglie ciò che la fa sentire invece di ciò che la aiuta a capire finisce inevitabilmente per confondere la propaganda con il giornalismo.
Bidoni della spazzatura
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