Una volta il giornalismo aveva un compito semplice, raccontare i fatti. Oggi sembra averne un altro, gestire le emozioni del pubblico. Se una notizia su Israele provoca indignazione contro Israele, viene accolta senza troppe domande. Se invece complica il copione, viene ridimensionata, contestualizzata, nascosta sotto il tappeto.
Il 7 ottobre migliaia di terroristi di Hamas hanno massacrato civili, violentato donne, rapito bambini e anziani. Per qualche settimana il fatto è stato impossibile da ignorare. Poi è diventato un fastidio incompatibile con la favola dell’oppresso e dell’oppressore.
In compenso, ogni accusa contro Israele diventa immediatamente credibile. Non importa quante verifiche manchino né quante smentite arrivino dopo. Quel che conta è che la notizia produca l’emozione corretta. Non siamo più nell’epoca della censura delle idee. Siamo entrati nell’epoca della censura dei sentimenti. I fatti vengono giudicati non per quello che sono, ma per il disagio che provocano. Se turbano la coscienza giusta, vengono nascosti. Se alimentano la rabbia giusta, vengono amplificati.
È il trionfo dell’informazione emotiva. E quando le emozioni prendono il posto della realtà, la propaganda non ha più bisogno di mentire, le basta commuoversi.
Bidoni della spazzatura
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