Home > Attualità > Kozo Okamoto. L’elogio del terrorista

Kozo Okamoto. L’elogio del terrorista

Il membro dell’Armata Rossa Giapponese partecipò all’attacco del 1972 che uccise 26 persone. Dopo la sua morte, media e attivisti filopalestinesi lo celebrano come combattente della resistenza

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 3 min
Kozo Okamoto. L’elogio del terrorista

Per loro è un eroe. Kozo Okamoto, che aveva sulla coscienza 26 persone morte nel maggio 1972 nella strage dell’aeroporto di Lod, viene infatti glorificato dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ma anche dadiversi media e attivisti che hanno parlato di lui come di un rivoluzionario e di un simbolo della solidarietà con la causa palestinese.

La storia di questo uomo infame l’abbiamo già raccontata e se ora ci ritorniamo è solo perché la sua morte, annunciata il 23 luglio dal FPLP, ha riportato alla luce quella vicenda con una sorprendente inversione di prospettiva. Al Jazeera lo ha definito nel titolo un munadil, un combattente impegnato nella causa palestinese, descrivendone la vita come una lunga lotta in sua difesa. Il FPLP ha commemorato l’uomo che partecipò alla strage come un militante che aveva compiuto enormi sacrifici per la Palestina.

Il fenomeno ha coinvolto anche altre testate e figure dell’attivismo internazionale. Okamoto è stato ricordato come «Ahmad il giapponese», il nome con cui era conosciuto negli ambienti palestinesi, e la sua provenienza dall’Estremo Oriente è diventata la prova di una solidarietà rivoluzionaria capace di superare le frontiere. La scrittrice palestinese-americana Susan Abulhawa lo ha salutato come un compagno dalla «vita eroica», definendolo un’incarnazione della solidarietà e dell’amore per il popolo.

La biografia di Okamoto racconta invece una stagione nella quale gruppi terroristici europei, asiatici e mediorientali costruirono reti internazionali fondate sull’ideologia rivoluzionaria e sulla lotta armata. L’Armata Rossa Giapponese, nata all’inizio degli anni Settanta dall’estrema sinistra nipponica, trovò nel FPLP un alleato e una struttura capace di offrire addestramento e sostegno. Il massacro di Lod rappresentò una delle manifestazioni più clamorose di quella collaborazione.

Okamoto trascorse tredici anni nelle carceri israeliane. Nel maggio 1985 fu liberato nell’ambito dell’accordo Jibril, con il quale Israele rilasciò circa 1.150 detenuti palestinesi e libanesi in cambio di tre soldati israeliani catturati in Libano. Dopo la scarcerazione raggiunse il Medio Oriente e finì per stabilirsi in Libano.

Nel 1997 le autorità libanesi lo arrestarono insieme ad altri membri dell’Armata Rossa Giapponese per violazioni delle norme sull’immigrazione e documenti falsi. Quando gli altri furono consegnati al Giappone, Beirut fece per lui un’eccezione. Nel 2000 gli concesse asilo politico, citando anche i «servizi resi alla causa araba». Divenne così il primo rifugiato politico ufficialmente riconosciuto dal Libano e rimase nel Paese sotto la protezione del FPLP, nonostante le richieste di estradizione giapponesi.

Nel maggio 2022 riapparve pubblicamente a Beirut per il cinquantesimo anniversario dell’attacco. Depose una corona in memoria dei due complici morti a Lod e si fece fotografare facendo il segno della vittoria. Quattro anni dopo, la sua morte ha mostrato quanto quella lettura della storia sia ancora viva.

La questione supera quindi la biografia di un terrorista sopravvissuto per oltre mezzo secolo alla propria strage. Nel ricordo pubblico di Okamoto, l’uccisione indiscriminata di pellegrini, viaggiatori e personale dell’aeroporto viene trasformata in un episodio della lotta rivoluzionaria. Le vittime scivolano sullo sfondo, mentre l’autore del massacro conquista il centro della scena. Cinquantaquattro anni dopo Lod, anche la memoria diventa così un terreno dello scontro.