Home > Attualità > Muore Kozo Okamoto, il terrorista giapponese della strage di Lod

Muore Kozo Okamoto, il terrorista giapponese della strage di Lod

Fu l’unico sopravvissuto del commando dell’Armata Rossa Giapponese che nel 1972 uccise 26 persone all’aeroporto Ben Gurion. Viveva in Libano dopo essere stato liberato nello scambio di prigionieri del 1985

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 3 min
Muore Kozo Okamoto, il terrorista giapponese della strage di Lod

Kozo Okamoto, il terrorista giapponese che il 30 maggio 1972 partecipò alla strage dell’aeroporto di Lod, l’attuale Ben Gurion di Tel Aviv, è morto a Beirut all’età di 78 anni. La notizia è stata annunciata dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), l’organizzazione terroristica per conto della quale venne compiuto l’attentato insieme ai militanti dell’Armata Rossa Giapponese. Secondo il comunicato, Okamoto è deceduto nel quartiere di Dahieh, roccaforte di Hezbollah nella capitale libanese.

La sua morte chiude uno dei capitoli più sanguinosi del terrorismo internazionale degli anni Settanta. Il massacro di Lod rappresentò infatti una delle prime grandi operazioni condotte da un’organizzazione terroristica palestinese con il coinvolgimento di militanti stranieri, inaugurando una stagione di cooperazione tra gruppi estremisti che avrebbe segnato il decennio successivo.

Il 30 maggio 1972 Okamoto arrivò all’aeroporto israeliano (che oggi ha il nome di David Ben Gurion) con altri due membri dell’Armata Rossa Giapponese a bordo di un volo Air France proveniente da Roma. I tre attraversarono normalmente i controlli e recuperarono le valigie, all’interno delle quali avevano nascosto fucili d’assalto Kalashnikov e bombe a mano. Pochi istanti dopo aprirono il fuoco nella sala arrivi contro i passeggeri, seminando il panico.

L’attacco provocò la morte di 26 persone e il ferimento di circa 80. Tra le vittime vi furono diciassette pellegrini cristiani provenienti da Porto Rico, oltre a cittadini israeliani e di altri Paesi. I due complici di Okamoto morirono durante l’assalto, mentre lui rimase ferito, fu arrestato dalle forze di sicurezza israeliane e successivamente processato.

Condannato all’ergastolo, trascorse tredici anni nelle carceri israeliane. Nel 1985 venne liberato nell’ambito del cosiddetto accordo Jibril, lo scambio di prigionieri con il Fronte Popolare-Comando Generale di Ahmed Jibril, attraverso il quale Israele rimise in libertà 1.150 detenuti in cambio della liberazione di tre soldati israeliani catturati in Libano.

Dopo il rilascio si stabilì definitivamente in Libano, dove ottenne asilo politico e visse per decenni sotto la protezione delle organizzazioni palestinesi. Il governo giapponese ne chiese più volte l’estradizione affinché scontasse la pena anche nel suo Paese, ma Beirut respinse sempre le richieste sostenendo che gli era stato concesso lo status di rifugiato politico.

Negli ultimi anni Okamoto era apparso raramente in pubblico. Una delle sue ultime uscite risale al maggio 2022, quando partecipò a Beirut alla commemorazione del cinquantesimo anniversario della strage di Lod. Con una kefiah e una bandiera palestinese sulle spalle, prese parte a una cerimonia organizzata dal Fronte Popolare presso un memoriale dedicato ai militanti giapponesi che avevano combattuto al fianco delle organizzazioni palestinesi. Le immagini lo mostravano visibilmente debilitato e sostenuto da alcuni accompagnatori.

La strage di Lod rimane uno degli attentati più gravi della storia di Israele e un punto di svolta nell’evoluzione del terrorismo internazionale. La scelta di impiegare militanti giapponesi consentì allora al Fronte Popolare di sorprendere i servizi di sicurezza israeliani, che concentravano la loro attenzione soprattutto su sospetti provenienti dal Medio Oriente. Quella collaborazione fra l’Armata Rossa Giapponese e il FPLP divenne uno dei simboli della rete transnazionale del terrorismo rivoluzionario degli anni Settanta.

Con la morte di Okamoto scompare l’ultimo membro del commando responsabile dell’attacco. Resta invece intatta la memoria di una strage che contribuì a cambiare per sempre le misure di sicurezza negli aeroporti di tutto il mondo e che continua a rappresentare uno degli episodi più tragici della lunga storia del terrorismo contro Israele.