Home > Attualità > Israele sequestra i fondi dell’Autorità palestinese agli ex detenuti

Israele sequestra i fondi dell’Autorità palestinese agli ex detenuti

Operazione a Gerusalemme Est contro palestinesi liberati negli accordi sugli ostaggi e accusati di continuare a ricevere sussidi da Ramallah. Sequestrati contanti, oro e cinque automobili

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Israele sequestra i fondi dell’Autorità palestinese agli ex detenuti

Centinaia di migliaia di shekel in contanti e beni, cinque automobili e gioielli d’oro sono stati sequestrati dalle forze di sicurezza israeliane nelle abitazioni di palestinesi condannati per terrorismo e successivamente liberati nell’ambito degli accordi per la restituzione degli ostaggi israeliani da Gaza. L’operazione è stata condotta a Gerusalemme Est dalla polizia e dal National Bureau for Counter-Terror Financing del ministero della Difesa.

Secondo le autorità israeliane, le persone interessate dai provvedimenti avevano continuato a ricevere denaro dall’Autorità palestinese anche dopo la scarcerazione. Gli ordini di confisca sono stati firmati dal ministro della Difesa Israel Katz e riguardano somme che Israele considera direttamente collegate agli attentati per i quali i destinatari erano stati condannati.

Tra le abitazioni perquisite figura quella di Muhammad Abd al-Rahman Abad, esponente di Fatah coinvolto nella preparazione di un attentato suicida a Gerusalemme nel 2002. Gli agenti sono intervenuti anche nell’abitazione di Ahed Faiz Ali al-Natsheh, appartenente a Hamas e condannato per il coinvolgimento nella preparazione di due attentati a Gerusalemme nel 2001. Uno prevedeva l’esplosione di un’autobomba nel parcheggio di un edificio a Pisgat Ze’ev; l’altro colpì il Clal Center e provocò il ferimento di due poliziotti e dieci civili.

Il valore complessivo dei beni confiscati ammonta a diverse centinaia di migliaia di shekel. La polizia ha indicato in circa 96 mila shekel il valore del denaro contante e dei gioielli sequestrati, ai quali si aggiungono i cinque veicoli. L’operazione rientra nella campagna con cui Israele cerca da anni di colpire finanziariamente il sistema di sussidi destinato dall’Autorità palestinese ai detenuti condannati per terrorismo, agli ex detenuti e alle famiglie degli attentatori uccisi.

La questione continua a rappresentare uno dei principali terreni di scontro fra Ramallah, Israele e gli Stati Uniti. Nel 2025 il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas aveva annunciato la soppressione del vecchio sistema, nel quale l’entità dei sussidi era collegata anche alla durata della pena scontata nelle carceri israeliane, sostituendolo con un meccanismo assistenziale fondato sulle condizioni economiche delle famiglie.

La riforma era stata presentata come un cambiamento sostanziale e un audit esterno realizzato quest’anno ha indicato che il nuovo sistema assistenziale è effettivamente entrato in funzione. Israele continua tuttavia a sostenere che, al di là della nuova struttura amministrativa, i pagamenti specificamente destinati a detenuti, ex detenuti e loro familiari non siano cessati.

Una valutazione analoga è arrivata dagli Stati Uniti. Nel rapporto trasmesso quest’anno al Congresso in applicazione del Taylor Force Act, il dipartimento di Stato ha concluso di non poter certificare che l’Autorità palestinese abbia rispettato le condizioni richieste dalla legge americana. Secondo i dati israeliani riportati nel documento, nel 2025 Ramallah avrebbe destinato complessivamente 156 milioni di dollari a detenuti, ex detenuti e famiglie: 126 milioni sarebbero andati ai palestinesi incarcerati o liberati dalle prigioni israeliane e altri 30 milioni alle famiglie di attentatori morti durante gli attacchi.

Washington sostiene che il passaggio al nuovo sistema assistenziale non sia sufficiente qualora continuino a esistere benefici specifici collegati agli autori di atti terroristici. È proprio su questo punto che si concentra il contrasto. Ramallah afferma di avere trasformato i sussidi in un programma sociale basato sul bisogno economico; Israele ritiene invece che il meccanismo continui, attraverso procedure e denominazioni differenti, a ricompensare chi ha compiuto attentati.

La disputa non è soltanto finanziaria. Israele considera da tempo questi pagamenti un incentivo al terrorismo, perché garantiscono un sostegno economico a chi viene incarcerato per attentati e alle rispettive famiglie. L’Autorità palestinese ha tradizionalmente presentato il sistema come una forma di assistenza alle famiglie dei prigionieri e delle persone uccise nel conflitto.

Le perquisizioni di Gerusalemme Est mostrano che per il governo israeliano il cambiamento annunciato da Abbas non ha chiuso la questione. La strategia è ormai quella di intervenire direttamente sul patrimonio dei beneficiari: individuare il denaro ricevuto, quantificarlo e recuperarlo attraverso sequestri amministrativi.

È una battaglia che si combatte lontano dai posti di blocco e dalle operazioni militari, seguendo bonifici, sussidi e patrimoni. Per Israele colpire il terrorismo significa anche impedire che chi è stato condannato per averlo praticato possa continuare a riceverne un beneficio economico.