Alcuni studenti e ricercatori palestinesi di Gaza hanno già ottenuto una borsa di studio in Belgio, sono stati selezionati dalle università e avrebbero dovuto iniziare i corsi nelle prossime settimane. Rimarranno invece nella Striscia. A impedirne la partenza, almeno per ora, è il governo belga, diviso sull’opportunità di organizzare il loro trasferimento e sull’applicazione delle regole di immigrazione.
La vicenda è diventata un caso politico perché smonta l’idea, ripetuta a lungo nel dibattito europeo, che il principale ostacolo alla partenza degli studenti da Gaza sia Israele. Le autorità israeliane hanno chiarito che esiste una procedura per consentire l’uscita verso Paesi terzi per motivi di studio. Serve però che il Paese disposto ad accogliere lo studente presenti la richiesta e se ne assuma la responsabilità. È esattamente il passaggio che Bruxelles, finora, non ha compiuto.
Il problema riguarda almeno diversi giovani già ammessi in istituzioni belghe. Fra loro vi sono medici e ricercatori impegnati in discipline che potrebbero risultare importanti anche per la futura ricostruzione di Gaza. Ahmad Abu Jami, medico di 28 anni, ha ottenuto una borsa completamente finanziata per un master in sanità pubblica all’Istituto di Medicina tropicale di Anversa. Altri studiano malattie infettive, informatica o applicazioni dell’intelligenza artificiale alla gestione delle ambulanze.
Le università belghe sostengono da settimane che queste persone debbano essere messe nelle condizioni di raggiungere il Paese. Dieci istituzioni accademiche hanno scritto al primo ministro Bart De Wever chiedendo una soluzione e un’uscita sicura dalla Striscia. Uno studente si è anche rivolto alla magistratura ottenendo una decisione favorevole alla possibilità di presentare a distanza la domanda di visto.
È a questo punto che emerge il vero conflitto. Il governo federale guidato da De Wever riunisce partiti con posizioni molto differenti, mentre la sua N-VA, la Nuova Alleanza Fiamminga, mantiene una linea particolarmente rigida sull’immigrazione. La ministra dell’Asilo e della Migrazione Anneleen Van Bossuyt, anch’essa della N-VA, insiste sulla necessità di conservare controlli personali e procedure consolari rigorose. Secondo il suo ministero, la presentazione delle domande esclusivamente per via telematica ridurrebbe le possibilità di verificare identità e documentazione.
Il ministro degli Esteri Maxime Prévot, appartenente al centrista Les Engagés, ha riconosciuto invece che la situazione degli studenti è problematica e ha dichiarato di cercare una soluzione. Il suo stesso ministero ammette tuttavia che all’interno dell’esecutivo manca un consenso sull’organizzazione delle evacuazioni.La distinzione è importante. Un visto belga consente di entrare e soggiornare nel Paese, mentre non comporta automaticamente il diritto a essere evacuati da Gaza. Bruxelles considera queste operazioni eccezionali e sostiene che richiedano risorse e accordi diplomatici complessi. Nella Striscia si trovano infatti anche centinaia di persone già titolari di visti per il Belgio, in gran parte ottenuti per ricongiungimento familiare, che attendono da mesi di poter partire.
Israele, dal canto suo, sostiene che un meccanismo esista. Il Coordinatore delle attività governative nei Territori, COGAT, ha spiegato che gli abitanti di Gaza possono raggiungere un Paese terzo quando quest’ultimo presenta una richiesta formale e vengono completati i necessari controlli di sicurezza. Il percorso può avvenire attraverso Kerem Shalom e successivamente verso la Giordania o attraverso l’aeroporto Ramon.
Altri Paesi europei hanno già utilizzato procedure simili.Il Regno Unito, per esempio, ha predisposto un sistema nel quale le università comunicano alle autorità i nomi degli studenti destinatari di borse di studio; Londra coordina quindi con Israele e Giordania il trasferimento e completa fuori da Gaza le procedure biometriche. Anche altri Stati europei hanno organizzato partenze di studenti palestinesi.
Il Belgio si trova così davanti a una contraddizione politicamente imbarazzante. Negli ultimi anni Bruxelles ha assunto una delle posizioni più critiche verso Israele all’interno dell’Unione europea, chiedendo ripetutamente maggiori iniziative a favore dei palestinesi. Quando però una parte di quell’impegno comporta l’ingresso effettivo nel Paese di cittadini provenienti da Gaza, entra in gioco la politica migratoria di una coalizione nella quale la componente nazionalista fiamminga ha un peso decisivo.Il risultato è paradossale. Le università hanno scelto gli studenti, alcune borse sono finanziate con denaro pubblico belga, Israele dichiara di essere disposto a facilitarne l’uscita e gli interessati chiedono di partire. L’ultimo ostacolo si trova a Bruxelles.
La questione dovrà essere risolta rapidamente, perché l’anno accademico è alle porte. Per gli studenti perdere il semestre potrebbe significare perdere anche la borsa. Per il governo De Wever il caso è diventato qualcosa di più di una controversia amministrativa. Costringe il Belgio a decidere quanto delle posizioni espresse su Gaza sia disposto a tradurre in scelte concrete quando quelle scelte arrivano fino alla propria frontiera.
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