La tensione tra Israele e Regno Unito ha ormai superato il terreno delle dichiarazioni diplomatiche e rischia di investire direttamente uno degli organismi creati per gestire il futuro di Gaza. Londra ha avvertito Israele che l’eventuale espulsione dei suoi rappresentanti dal centro di coordinamento civile-militare di Kiryat Gat «danneggerebbe» gli sforzi internazionali per migliorare la situazione nella Striscia e applicare il piano sostenuto dagli Stati Uniti.
La presa di posizione britannica arriva dopo le indiscrezioni secondo cui il governo israeliano starebbe valutando l’allontanamento dei funzionari del Regno Unito dall’organismo internazionale che opera nel sud di Israele. Una possibilità che una fonte informata ha confermato al Times of Israel, aggiungendo che Gerusalemme starebbe considerando anche «altre misure» nei confronti di Londra.
Il governo britannico ha reagito ricordando che la sua partecipazione al centro avviene su richiesta degli Stati Uniti e del Board of Peace e che Londra intende continuare a lavorare con Washington, Israele, gli altri partner internazionali e le agenzie delle Nazioni Unite per l’attuazione della risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza, che nel 2025 ha approvato il piano americano per Gaza. Il punto è delicato anche dal punto di vista giuridico e diplomatico. Secondo due fonti citate dal Financial Times, Israele avrebbe bisogno del consenso del Board of Peace per espellere i rappresentanti stranieri. Un’altra fonte sostiene invece che, trovandosi il centro a Kiryat Gat, Israele conservi il diritto di decidere chi possa rimanere sul proprio territorio.
Il precedente, comunque, esiste già. Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha annunciato l’espulsione dei rappresentanti dei Paesi Bassi dal centro, motivandola con una serie di provvedimenti olandesi giudicati «anti-israeliani». Il possibile allontanamento dei britannici rappresenterebbe dunque un nuovo passo nella scelta israeliana di far pesare concretamente le conseguenze delle iniziative diplomatiche europee.
Al centro dello scontro con Londra c’è il progetto E1, l’area tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim sulla quale Israele intende procedere con una vasta espansione edilizia. Il governo ha recentemente aperto le gare per sette complessi residenziali comprendenti 1.234 abitazioni, dopo l’approvazione, nell’agosto dello scorso anno, di circa 3.400 unità. Il progetto è da anni uno dei dossier più controversi della Cisgiordania. I suoi oppositori sostengono che la costruzione nell’area E1 interromperebbe la continuità territoriale tra Betlemme, Gerusalemme Est e Ramallah, rendendo ancora più difficile la nascita di uno Stato palestinese territorialmente contiguo. Proprio per questo il progetto era rimasto congelato per anni sotto la pressione internazionale. I suoi sostenitori israeliani, compreso il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, dichiarano apertamente che uno degli obiettivi è impedire la creazione di uno Stato palestinese.
La risposta britannica all’accelerazione israeliana potrebbe essere particolarmente pesante. Il governo guidato da Andy Burnham, entrato a Downing Street il 20 luglio, starebbe preparando il divieto totale di commercio dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Sul tavolo ci sarebbero inoltre ulteriori sanzioni contro esponenti del governo israeliano e singoli coloni. Londra già vieta l’ingresso nel Paese a Smotrich e al ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir.
Il ministro degli Esteri britannico David Miliband ha definito l’espansione E1 «inaccettabile e distruttiva», annunciando la preparazione di un pacchetto complessivo di misure contro coloro che partecipano all’espansione degli insediamenti. Sa’ar ha replicato accusandolo di assumere un atteggiamento «paternalistico» e attribuendo al governo britannico una responsabilità nel deterioramento del clima verso Israele e nella crescita dell’odio antisemita nel Regno Unito.
La vicenda di Kiryat Gat diventa così qualcosa di più di una disputa sulla presenza di alcuni funzionari. Da una parte Londra sostiene di voler esercitare pressione sul governo israeliano mantenendo contemporaneamente un ruolo nella gestione internazionale del futuro di Gaza.
all’altra Gerusalemme sembra sempre meno disposta ad accettare che Paesi impegnati in iniziative punitive contro Israele continuino a operare, come se nulla fosse, all’interno di organismi ospitati sul suo territorio. Ed è proprio questa contraddizione a rendere lo scontro particolarmente significativo. Il centro di coordinamento dovrebbe rappresentare uno dei luoghi della cooperazione internazionale sul dopoguerra di Gaza. Sta diventando invece un altro terreno sul quale si misura il progressivo deterioramento dei rapporti tra Israele e alcuni dei suoi tradizionali partner europei.