Una bambina è nata venerdì mattina in Israele. Non ha ancora un nome reso pubblico e probabilmente, in un altro tempo, sarebbe stata soltanto una felicissima notizia privata. Ma suo padre si chiama Elkana Bohbot e ha trascorso 738 giorni prigioniero di Hamas a Gaza.Dieci mesi e mezzo dopo essere tornato a casa, Elkana è diventato padre per la seconda volta.
Rivka Bohbot ha dato alla luce una bambina, sorella minore di Re’em, il loro primogenito che fra pochi giorni comincerà la prima elementare. Elkana ha annunciato la nascita pubblicando una fotografia della famiglia in ospedale e accompagnandola con il MizmorLetodah, il Salmo 100, il canto di ringraziamento. Dietro quella fotografia c’è una storia cominciata il 7 ottobre 2023.
Bohbot lavorava nell’organizzazione del festival Nova, vicino a Re’im. Quando cominciò l’attacco cercò di aiutare i feriti e poco prima di essere rapito riuscì ancora a telefonare alla madre. Poi Hamas lo portò a Gaza. Sarebbe rimasto prigioniero per 738 giorni, prima in un appartamento e successivamente nei tunnel. Tornò in Israele nell’ottobre 2025, insieme agli ultimi ostaggi vivi liberati nell’accordo.A casa lo aspettavano Rivka e Re’em.
Durante quei due anni il bambino aveva fatto alla madre una domanda semplicissima: perché non aveva un fratellino o una sorellina? Rivka gli aveva spiegato che bisognava aspettare.Aspettare che papà tornasse. Anche Elkana, dall’altra parte del confine e sottoterra, pensava alla stessa cosa. Ha raccontato che nei momenti in cui temeva di non uscire vivo da Gaza soffriva all’idea che Re’em sarebbe rimasto figlio unico. Dopo il ritorno, Rivka scoprì di essere incinta. Quando glielo disse, ha raccontato, Elkana gridò di gioia.
In aprile decisero di rendere pubblica la gravidanza. «La nostra storia non è ancora finita, continua a crescere», scrisse allora Rivka. Era difficile trovare parole più precise. Perché da quando Elkana è tornato, la famiglia Bohbot ha dovuto imparare qualcosa che accomuna molti sopravvissuti alla prigionia e le loro famiglie: tornare a casa non significa semplicemente riprendere la vita nel punto in cui era stata interrotta. Ci sono due anni che nessuno può restituire, paure che entrano nella quotidianità, persone che devono imparare nuovamente a conoscersi.
Rivka lo aveva raccontato poche settimane prima dell’annuncio della gravidanza. Il loro amore, aveva scritto, dopo tutto quello che avevano attraversato aveva perso la propria innocenza ed era diventato coraggioso: un amore che aveva conosciuto la paura, l’assenza e l’incertezza e aveva scelto di restare. E aveva aggiunto che adesso possedevano qualcosa che durante la prigionia sembrava irraggiungibile: il tempo. Tempo per ricostruire, guarire, tornare a ridere senza sentirsi in colpa, scoprire chi fossero diventati. Oggi quel tempo ha il volto di una bambina.
Il presidente della Repubblica Isaac Herzog ha definito la sua nascita «la vera vittoria», augurando alla famiglia di crescerla nella serenità, nella salute e nell’amore. È una frase che in Israele, dopo il 7 ottobre, possiede inevitabilmente un significato più grande della consueta felicitazione per una nascita. Rivka aveva già trovato una formula simile durante la gravidanza: «Ho sempre detto che la nostra rinascita e la nostra vittoria consistono nel portare vita». Elkana aveva risposto che quella gravidanza era stata «un sogno, un miracolo».
È facile trasformare storie come questa in simboli e forse sarebbe ingiusto farlo fino in fondo. Elkana Bohbot rimane un uomo che ha subito 738 giorni di prigionia. Rivka è una donna che per 738 giorni ha aspettato suo marito. Re’em è un bambino che per 738 giorni ha aspettato suo padre.
Questa mattina sono semplicemente una famiglia di quattro persone. Re’em aveva chiesto una sorellina. Sua madre gli aveva detto che prima bisognava aspettare papà. Papà è tornato.E adesso è arrivata anche lei.