Israele prepara un nuovo salto di scala nella sua politica dell’acqua. Il ministero delle Finanze ha avviato la procedura internazionale per la costruzione dell’impianto di desalinizzazione di Emek Hefer, destinato a diventare il più grande del Paese e uno dei maggiori al mondo. La capacità prevista è di circa 400 milioni di metri cubi di acqua desalinizzata all’anno, una quantità equivalente a circa il 40 per cento dell’attuale consumo annuale di acqua dolce delle famiglie e dell’industria israeliane.
La procedura è entrata concretamente in movimento il 26 agosto, quando la commissione speciale per la desalinizzazione dell’ufficio del Ragioniere generale ha pubblicato i documenti per la fase di prequalificazione internazionale. Il progetto sarà realizzato attraverso un partenariato pubblico-privato, con una concessione di 25 anni: il soggetto che vincerà la gara dovrà finanziare, progettare, costruire, gestire e mantenere l’impianto.
Le dimensioni spiegano perché il progetto venga considerato strategico. L’impianto sorgerà nella zona industriale di Emek Hefer, su una superficie di circa 200 dunam, equivalenti a 20 ettari. Accanto al dissalatore potrà essere costruita una centrale elettrica alimentata a gas naturale con una potenza fino a 300 megawatt, destinata a fornire direttamente l’enorme quantità di energia necessaria al funzionamento dell’impianto. Il costo complessivo viene stimato dagli addetti ai lavori tra i 5 e i 6 miliardi di shekel.
È soprattutto la capacità produttiva a rendere Emek Hefer un progetto fuori scala. Le prime ipotesi prevedevano circa 200 milioni di metri cubi l’anno. Il piano è stato successivamente portato a 400 milioni, raddoppiando quindi la produzione prevista. La scelta riflette un problema che Israele conosce bene: una popolazione in forte crescita, una domanda d’acqua destinata ad aumentare e precipitazioni sempre meno affidabili in un’area particolarmente esposta agli effetti del cambiamento climatico.
La desalinizzazione è da tempo uno degli strumenti con i quali Israele ha progressivamente ridotto la propria dipendenza dalle risorse idriche naturali. Emek Hefer dovrebbe diventare l’ottavo grande impianto del Paese. E il governo presenta il nuovo progetto come un ulteriore passo verso un sistema nel quale la disponibilità di acqua potabile sia sempre meno condizionata dalle oscillazioni delle piogge. La Ragioniera generale Michal Abadi-Boiangiu ha definito l’impianto un elemento centrale per garantire una fornitura continua e affidabile in un’epoca caratterizzata da precipitazioni in diminuzione e consumi crescenti.
Il progetto possiede anche una dimensione regionale. Nei documenti ufficiali viene esplicitamente indicata la possibilità che la maggiore capacità produttiva israeliana sostenga il progetto Prosperity Blue e consenta di ampliare in futuro la cooperazione e le forniture d’acqua alla Giordania. L’acqua, in una regione che ne possiede poca, diventa così contemporaneamente infrastruttura nazionale e strumento di politica estera.
Ma proprio le dimensioni dell’opera hanno aperto uno scontro con il territorio sul quale dovrebbe sorgere.
Il consiglio regionale di Emek Hefer chiede infatti di sospendere immediatamente la procedura. Il punto contestato riguarda anche i tempi scelti dal governo: il ministero delle Finanze ha avviato la prequalificazione mentre le autorità di pianificazione non hanno ancora concluso l’esame delle opposizioni presentate contro il progetto. Secondo il consiglio regionale, procedere con la gara in questa fase rischia di creare un fatto compiuto prima della conclusione dell’iter urbanistico.
La presidente del consiglio regionale, Galit Shaul, ha usato parole durissime, chiedendo il congelamento della gara fino alla conclusione della procedura di pianificazione e alla risposta alle obiezioni presentate. Secondo Shaul, la costruzione dell’impianto rappresenterebbe «un disastro per le generazioni future». L’amministrazione locale sta valutando anche la possibilità di rivolgersi ai tribunali per fermare l’iter.
Lo scontro è destinato quindi a continuare. Da una parte c’è lo Stato, che considera Emek Hefer una componente essenziale della sicurezza idrica israeliana dei prossimi decenni; dall’altra un territorio che teme di concentrare nella stessa area un impianto industriale gigantesco, una centrale elettrica e le infrastrutture necessarie a portare l’acqua marina verso l’interno e quella desalinizzata nella rete nazionale.
Ed è forse proprio questo contrasto a raccontare meglio la portata del progetto. Israele ha costruito buona parte della propria strategia idrica sulla capacità di trasformare un limite geografico in un problema tecnologico. Adesso quella tecnologia deve affrontare una scala completamente diversa. Quattrocento milioni di metri cubi d’acqua all’anno significano programmare oggi una parte rilevante dell’acqua che servirà al Paese di domani.
La gara è partita. Prima di vedere l’acqua uscire dagli impianti di Emek Hefer, però, Israele dovrà risolvere una questione meno tecnologica e assai più politica: dove passa il confine tra una grande infrastruttura di interesse nazionale e il diritto di un territorio a decidere che cosa può essere costruito al suo interno.