Mahmoud Abbas ha annunciato che le elezioni presidenziali palestinesi si terranno nel 2027. La notizia, diffusa dall’agenzia ufficiale palestinese WAFA, avrebbe un peso politico enorme in qualunque altro contesto. Nel caso dell’Autorità Palestinese, però, viene accolta con una dose inevitabile di scetticismo. Abbas ha infatti novant’anni, governa da vent’anni e nel corso del tempo ha già rinviato o cancellato più volte consultazioni che lui stesso aveva promesso.
Quando fu eletto nel gennaio 2005 per succedere a Yasser Arafat, il suo mandato avrebbe dovuto concludersi pochi anni dopo. Da allora, tra divisioni interne palestinesi, conflitti con Hamas, crisi istituzionali e decisioni politiche assunte dalla leadership di Ramallah, il voto presidenziale è stato ripetutamente rinviato. Oggi Abbas è al potere da quindici anni oltre la scadenza originaria del suo mandato.
Il nuovo decreto non indica una data precisa e si limita a stabilire che le elezioni si svolgeranno nel corso del 2027. Il documento prevede inoltre che nel novembre 2026 si tengano le elezioni per il Consiglio Nazionale Palestinese, il parlamento dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), e introduce alcune modifiche al sistema elettorale, tra cui l’aumento dei seggi del Consiglio Legislativo Palestinese da 132 a 200, una soglia di sbarramento ridotta all’1 per cento e l’obbligo di inserire almeno una donna ogni tre candidati nelle liste elettorali.
L’annuncio arriva in un momento particolarmente delicato per la leadership palestinese. Da anni l’Autorità Palestinese è accusata di immobilismo, corruzione e mancanza di rappresentatività. Un sondaggio condotto dal Palestinian Center for Policy and Survey Research, uno degli istituti demoscopici più autorevoli dei Territori Palestinesi, indicava già nell’autunno scorso che circa l’80 per cento dei palestinesi desiderava le dimissioni di Abbas. Un dato impressionante che fotografa la crisi di legittimità attraversata dalle istituzioni di Ramallah.
Le pressioni per una riforma politica non arrivano soltanto dalla popolazione palestinese. Stati Uniti, Unione Europea e diversi Paesi arabi chiedono da tempo un rinnovamento dell’Autorità Palestinese, considerata da molti attori internazionali l’unica struttura potenzialmente in grado di amministrare Gaza in un’eventuale fase successiva alla guerra scoppiata dopo il massacro del 7 ottobre 2023. Washington e diverse capitali arabe ritengono che una leadership dotata di una maggiore legittimazione popolare possa svolgere un ruolo centrale nella ricostruzione politica e amministrativa della Striscia.
Israele guarda invece con grande diffidenza a questa prospettiva. I governi israeliani degli ultimi anni hanno espresso ripetutamente dubbi sulla capacità dell’Autorità Palestinese di rappresentare un interlocutore affidabile, accusandola di tollerare l’incitamento anti-israeliano e di non aver mai costruito istituzioni realmente democratiche e trasparenti.
Sul futuro della leadership palestinese pesa anche l’incognita della successione. Abbas concentra da anni il processo decisionale nelle mani di una ristretta cerchia di collaboratori e non ha mai indicato chiaramente un erede politico. A maggio è stato rieletto alla guida di Fatah durante una conferenza del movimento che si è svolta a Ramallah, mentre tra gli eletti nel comitato centrale è comparso anche suo figlio Yasser Abbas, circostanza che ha alimentato nuove polemiche tra i suoi critici.
Tra le figure che potrebbero contendere la leadership alla vecchia guardia di Fatah continua a emergere il nome di Marwan Barghouti. Ex dirigente del Tanzim, Barghouti sta scontando in Israele cinque ergastoli per il suo coinvolgimento diretto in attentati terroristici che provocarono la morte di civili israeliani durante la Seconda Intifada. Nonostante la detenzione, numerosi sondaggi continuano a indicarlo come uno dei politici palestinesi più popolari. Israele ha escluso la sua liberazione anche durante gli accordi di scambio tra ostaggi e detenuti negoziati nel corso della guerra di Gaza.
Resta quindi aperta la domanda fondamentale. Le elezioni annunciate da Abbas si terranno davvero oppure seguiranno la sorte delle precedenti consultazioni rinviate? Per molti palestinesi la risposta a questo interrogativo sarà decisiva per capire se l’Autorità Palestinese intenda realmente aprire una nuova fase politica oppure semplicemente guadagnare altro tempo. Dopo vent’anni di potere quasi ininterrotto, la credibilità della promessa dipenderà molto più dai fatti che dai decreti.
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