Hezbollah si rifiuta di abbandonare la dorsale di Ali Taher, una delle posizioni strategiche più importanti del Libano meridionale, e il braccio di ferro rischia di trasformarsi nel primo vero banco di prova dell’accordo raggiunto a giugno fra Beirut e Gerusalemme con la mediazione americana. Il presidente libanese Joseph Aoun avrebbe cercato di convincere la milizia sciita a consegnare l’area all’esercito regolare, ottenendo finora un rifiuto.
A riferirlo è il quotidiano libanese Nidaa al-Watan, secondo il quale nella trattativa sarebbe intervenuto anche il presidente del Parlamento Nabih Berri, leader del movimento sciita Amal e tradizionale interlocutore politico di Hezbollah. Il tentativo è particolarmente significativo perché Aoun ha fatto del ritorno dell’intero territorio nazionale sotto l’autorità dello Stato uno dei punti centrali della propria presidenza.
Ali Taher si trova nell’area di Nabatiyeh e domina una parte rilevante del territorio circostante. Il suo valore, tuttavia, va oltre la posizione geografica. Sotto la dorsale Hezbollah ha realizzato un’importante infrastruttura sotterranea che Israele considera parte integrante del dispositivo militare costruito negli anni nel sud del Libano. Secondo l’IDF, alcuni miliziani sarebbero ancora presenti nella rete di tunnel e l’esercito israeliano ha dichiarato che impedirà loro di uscirne o di muoversi liberamente nella zona.
La contesa acquista un significato molto più ampio alla luce dell’accordo quadro firmato il 26 giugno da Israele e Libano con il sostegno degli Stati Uniti. Il documento stabilisce un percorso graduale nel quale Beirut deve ristabilire la propria sovranità effettiva sull’intero Paese, disarmando le formazioni armate che sfuggono al controllo dello Stato e smantellandone le infrastrutture militari. In cambio, Israele dovrebbe ritirare progressivamente le proprie forze dal territorio libanese.
Il meccanismo è stato pensato per procedere per zone. L’esercito libanese entra nelle aree precedentemente bonificate dalle strutture militari delle organizzazioni armate, ne assume il controllo esclusivo e impedisce il ritorno di Hezbollah. Una volta verificato il rispetto di queste condizioni, l’IDF arretra e possono iniziare la ricostruzione e il ritorno della popolazione civile. Israele ha già lasciato alcune aree pilota nelle quali sono entrate le forze di Beirut.
Ali Taher pone però la questione decisiva che l’accordo aveva soltanto incanalato in una procedura diplomatica. Perché il sistema funzioni, il governo libanese deve essere effettivamente in grado di imporre la propria autorità a Hezbollah. Se una posizione militare della milizia rimane inaccessibile all’esercito regolare perché Hezbollah rifiuta di consegnarla, l’intero principio sul quale poggia il processo rischia di incepparsi.
La conseguenza immediata riguarda Israele. Il governo israeliano ha già fatto sapere che ulteriori ritiri dipenderanno da passi concreti e verificabili verso il disarmo di Hezbollah. Dopo la guerra esplosa nuovamente in marzo, quando la milizia sciita intervenne al fianco dell’Iran lanciando razzi contro Israele, l’IDF ha creato nel Libano meridionale una fascia di sicurezza profonda circa dieci chilometri. Il cessate il fuoco di aprile ha ridotto l’intensità degli scontri senza interromperli completamente.
Negli ultimi giorni gli attacchi israeliani sono tornati ad aumentare soprattutto nella regione di Nabatiyeh, mentre Hezbollah ha preso di mira le truppe israeliane presenti nel sud. Secondo le fonti citate dalla stampa libanese, il rifiuto di evacuare Ali Taher potrebbe provocare un ampliamento delle operazioni israeliane anche verso altre aree della regione.
Sul tavolo c’è inoltre il negoziato politico. Stati Uniti, Israele e Libano stanno cercando di proseguire i colloqui avviati negli ultimi mesi, alcuni dei quali si sono tenuti a Roma. Proprio la crisi di Ali Taher avrebbe contribuito a ritardare la convocazione di un nuovo incontro. Per Beirut la difficoltà è evidente, perché presentarsi al tavolo chiedendo un ulteriore ritiro israeliano mentre Hezbollah conserva una grande infrastruttura militare sotterranea sottratta al controllo dello Stato indebolirebbe la posizione negoziale libanese.
La posta in gioco riguarda anche gli aiuti internazionali all’esercito. L’Unione europea ha recentemente approvato un pacchetto da 100 milioni di euro destinato alle forze armate libanesi, considerate essenziali per restituire allo Stato il monopolio delle armi. Stati Uniti e Paesi europei hanno legato una parte crescente del sostegno alla capacità di Beirut di esercitare realmente la propria sovranità.
Hezbollah, che ha respinto l’accordo di giugno e considera il proprio arsenale indispensabile alla difesa del Libano, si trova così davanti a una scelta che investe la sua stessa posizione nel Paese. Consegnare Ali Taher significherebbe accettare concretamente il principio secondo cui soltanto lo Stato può detenere armi e controllare il territorio. Mantenerla significa sfidare apertamente quel principio.
Per questo una dorsale del Libano meridionale è diventata molto più di una posizione militare. Ad Ali Taher si sta misurando la capacità dello Stato libanese di trasformare un accordo firmato sulla carta in sovranità effettiva. Se Beirut non riuscirà a far entrare il proprio esercito dove Hezbollah decide di restare, sarà difficile convincere Israele a continuare a ritirarsi. Ed è proprio in quello spazio, tra l’impotenza del governo libanese e la pressione militare israeliana, che può riaprirsi la guerra.