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Israele. Porte aperte agli elettori rientrati dall’estero

L’iniziativa, nata da un semplice post sui social, mette in contatto famiglie disposte a ospitare gratuitamente gli israeliani che tornano nel Paese per votare alle elezioni del 27 ottobre

Shira Navon

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Israele. Porte aperte agli elettori rientrati dall'estero

Un letto libero, un passaggio dall’aeroporto, un posto a tavola e perfino un accompagnamento al seggio elettorale. In vista delle elezioni del 27 ottobre, in Israele sta prendendo forma una spontanea rete di ospitalità destinata ai cittadini israeliani che vivono all’estero e rientreranno nel Paese esclusivamente per esercitare il diritto di voto.

L’iniziativa è nata quasi per caso, da un messaggio pubblicato su Facebook dalla sociologa Chen Katzavitz Persler, che insieme al marito Yuval ha deciso di mettere a disposizione la propria casa nel moshav Kfar Harif, vicino a Kiryat Malakhi, per accogliere gratuitamente alcuni connazionali. Quello che doveva essere un gesto individuale si è trasformato nel giro di poche ore in un movimento collettivo.

Decine di famiglie, da ogni parte di Israele, hanno risposto offrendo camere, appartamenti e ospitalità. Da quella mobilitazione è nata una piattaforma online chiamata “Kibbutz Galuyot” (“Raccolta degli esili”), pensata per mettere in contatto chi cerca un alloggio con chi è disposto ad aprire la propria abitazione.

«Sentivo che dovevo fare qualcosa oltre ad andare a votare», ha spiegato Katzavitz Persler. «Il post ha suscitato una risposta che non immaginavo. Molte persone volevano partecipare e abbiamo capito che era necessario creare uno strumento per coordinare tutte queste disponibilità.»

La famiglia metterà a disposizione quattro camere da letto e un soppalco, offrendo due notti gratuite, i pasti, l’utilizzo della cucina e persino il trasporto dalla stazione ferroviaria dell’aeroporto Ben Gurion fino alla casa e, il giorno del voto, al seggio elettorale. Se necessario, gli ospiti potranno fermarsi anche più a lungo.

La piattaforma è organizzata per aree geografiche, così da consentire ai viaggiatori di scegliere una sistemazione vicina al luogo in cui dovranno votare. Un elemento importante, considerando che la legge israeliana non consente ai cittadini residenti all’estero di votare per corrispondenza o presso ambasasciate e consolati, costringendo chi desidera partecipare alle elezioni a rientrare fisicamente nel Paese.

Fra le prime adesioni c’è anche quella di Orna e Arie Bornstein, che hanno offerto il loro monolocale nel centro di Haifa, abitualmente utilizzato da figli e nipoti durante le visite di famiglia. «Abbiamo fiducia nelle persone», racconta Orna. «In questo momento c’è la sensazione che ognuno debba fare tutto il possibile per aiutare.»

La particolarità dell’iniziativa è che l’ospitalità viene offerta senza alcuna selezione politica. Katzavitz Persler spiega di non avere intenzione di chiedere agli ospiti quale partito sostengano. «Mi interessa soltanto che tornino a votare. Voglio conoscere la persona, non la sua preferenza elettorale.»

Dal punto di vista sociologico, osserva la promotrice, la straordinaria partecipazione racconta qualcosa che va oltre la consultazione elettorale. «È profondamente israeliano dire a degli sconosciuti: venite a casa nostra. Mi ha ricordato l’Israele di prima delle grandi fratture, quella della solidarietà spontanea e della responsabilità reciproca.»

L’iniziativa arriva mentre migliaia di israeliani residenti all’estero stanno acquistando biglietti aerei per rientrare in occasione delle elezioni. Nei giorni scorsi le compagnie aeree hanno registrato un forte aumento delle prenotazioni verso Israele, alimentato proprio dall’impossibilità di votare fuori dai confini nazionali.

Al di là dell’esito delle urne, la rete di ospitalità rappresenta uno degli aspetti più inattesi della campagna elettorale. In un Paese profondamente polarizzato, centinaia di famiglie hanno scelto di trasformare il diritto di voto in un’occasione di accoglienza, offrendo gratuitamente un tetto e un gesto di fiducia a perfetti sconosciuti. Un modo per ricordare che, almeno per qualche giorno, il senso di appartenenza può prevalere sulle divisioni politiche.