Home > Attualità > Israele. Al bivio delle elezioni più importanti

Israele. Al bivio delle elezioni più importanti

Sicurezza, guerra, leadership e democrazia si intrecciano nel voto del 27 ottobre che deciderà il futuro politico del Paese

Daniel Bettini

Tempo di Lettura: 9 min
Israele. Al bivio delle elezioni più importanti

Mancano poco meno di 100 giorni alle elezioni, probabilmente le più decisive che lo Stato di Israele abbia mai affrontato. Negli ultimi dieci anni si è fatto spesso ricorso all’espressione “elezioni decisive”, soprattutto in relazione al confronto tra favorevoli e contrari a Benjamin Netanyahu. Ma non c’è dubbio che il 27 ottobre, giorno del voto, sarà particolarmente cruciale e che il suo esito influenzerà in modo drammatico la direzione che Israele prenderà. Soprattutto determinerà quale sarà il futuro del Paese, sia guardando al proprio interno sia nel rapporto con il resto del mondo.

Pochi, soprattutto in Israele, credevano che l’attuale governo sarebbe sopravvissuto al massacro del 7 ottobre e sarebbe riuscito a concludere il proprio mandato. Nelle settimane e nei mesi successivi all’attacco, tra lo shock e la rabbia dell’opinione pubblica, sembrava impossibile che questo esecutivo potesse continuare a governare. Mentre i vertici dell’esercito e degli apparati di sicurezza si assumevano le rispettive responsabilità e si dimettevano uno dopo l’altro, il governo ha scelto di abbassare la testa e attendere che la tempesta passasse. Alla fine, gli interessi politici di tutte le componenti della coalizione si sono rivelati così forti, e i partiti così reciprocamente dipendenti, da consentire alla coalizione di restare in piedi.

La guerra combattuta contemporaneamente su più fronti ha naturalmente reso molto difficile il tentativo dell’opposizione di far cadere il governo. Da un lato per lo stato di emergenza, dall’altro per il sentimento patriottico che, in tempo di guerra, induce normalmente a evitare scosse istituzionali e a sostenere la leadership, pur tra molte difficoltà. Il governo ha sfruttato questa situazione fino in fondo.

Se inizialmente la popolazione si era effettivamente stretta attorno ai decisori politici, anche a causa del protrarsi del conflitto e del suo allargamento al Libano e soprattutto all’Iran, nell’ultimo anno si è però aperta una frattura sempre più profonda tra la classe politica e i cittadini. È cresciuta infatti la distanza tra i rappresentanti politici e le loro responsabilità nei confronti degli elettori e dell’intera collettività, non soltanto verso chi li ha votati.

I mesi che ci separano dal 27 ottobre saranno ora caratterizzati da una forte ansia collettiva. In una democrazia le elezioni dovrebbero essere motivo di festa, ma oggi le preoccupazioni della popolazione sono talmente grandi che ogni giorno che passa accresce la paura, la tensione e il livello di inquietudine per ciò che potrebbe accadere prima e dopo il voto.

Anzitutto, la situazione della sicurezza rimane estremamente instabile. Il continuo confronto tra Stati Uniti e Iran rischia di degenerare ulteriormente e di trascinare nuovamente Israele in un conflitto totale contro Teheran. L’accordo raggiunto dagli americani con gli iraniani ha lasciato sbigottiti esperti, vertici militari, politici e gran parte dell’opinione pubblica israeliana. Se la decisione strategica e tattica di combattere al fianco degli Stati Uniti era stata considerata giusta dalla stragrande maggioranza degli israeliani, il fatto che gli obiettivi principali non siano stati raggiunti ha lasciato il Paese inquieto e preoccupato. Un ritorno a un conflitto totale contro l’Iran potrebbe destabilizzare ulteriormente la situazione, aumentare l’incertezza in vista delle elezioni e modificare radicalmente la campagna elettorale già avviata.

Sul fronte libanese si spera in un graduale ritorno alla normalità e permane un certo ottimismo circa la possibilità di un accordo politico con il governo di Beirut, capace di isolare Hezbollah e l’Iran. Tuttavia, un’estensione del conflitto con Teheran potrebbe far fallire anche queste prospettive e riportare i combattimenti nel nord del Paese.

Anche nella Striscia di Gaza la situazione resta tutt’altro che tranquilla. Hamas, pur essendo fortemente indebolita, continua – secondo tutte le valutazioni dell’intelligence – a riorganizzarsi. Controlla ancora parte della Striscia, continua a intimidire la popolazione e impedisce qualsiasi progresso verso una futura soluzione politica, sia nei rapporti con Israele sia, soprattutto, per la popolazione palestinese. Hamas rifiuta categoricamente di deporre le armi e, per Israele, questo rimane il prerequisito indispensabile per qualsiasi cambiamento di governo a Gaza.

Cresce anche la preoccupazione per una possibile escalation in Giudea e Samaria (Cisgiordania). L’esercito israeliano opera giorno e notte per evitare il ripetersi di scenari simili a quelli del 7 ottobre. Al tempo stesso, però, continua a manifestarsi la criminalità nazionalista ebraica, cioè terrorismo ebraico, che danneggia innanzitutto l’esercito e Israele stesso e getta una pesante ombra sul Paese e sull’ebraismo.

Uno degli scenari che maggiormente preoccupa molti israeliani, soprattutto alla luce dei numerosi sondaggi che indicano una chiara volontà di cambiamento, è che gruppi estremisti, con l’appoggio dei ministri più radicali del governo, tentino di incendiare il clima politico attraverso provocazioni tali da compromettere il regolare svolgimento della campagna elettorale e delle elezioni stesse. C’è inoltre un forte timore che la violenza presente nella società araba possa estendersi anche alla popolazione ebraica, sia per effetto delle guerre tra clan sia a causa di provocazioni da parte di figure estremiste, come il ministro Itamar Ben Gvir.

Benché pochi ritengano che il primo ministro Netanyahu possa sfruttare una crisi di sicurezza per rinviare o annullare le elezioni, molti temono che, da qui al voto, possano verificarsi eventi di natura militare o di ordine pubblico tali da compromettere il normale funzionamento del processo democratico.
Anche gli apparati di intelligence e di sicurezza sono preoccupati per possibili interferenze straniere: tentativi di influenzare il voto attraverso operazioni informatiche, campagne di disinformazione e contenuti generati con strumenti di intelligenza artificiale. Uno scenario che allarma profondamente le autorità. Peraltro, esiste anche il timore che siano gli stessi partiti israeliani a utilizzare tecnologie di intelligenza artificiale per diffondere accuse, teorie del complotto e fake news contro gli avversari politici.

Esperti e giornalisti individuano alcune questioni chiave che potrebbero determinare l’esito delle elezioni. La prima riguarda la possibilità che emerga una maggioranza chiara oppure che, ancora una volta, nessuno schieramento riesca a raggiungere i 61 seggi necessari per governare. In quest’ultimo caso, molti ritengono che il blocco di Netanyahu riuscirebbe ancora una volta a sopravvivere e a prevalere.

Nell’opposizione, figure come Gadi Eisenkot, Naftali Bennett, Yair Golan e Avigdor Lieberman sono perfettamente consapevoli che l’obiettivo deve essere quello di ottenere una vittoria netta, così da sostituire l’attuale governo e dar vita a un nuovo esecutivo del cambiamento, capace di avviare un processo di ricostruzione e di guarigione per la società israeliana.

La questione è particolarmente complessa anche perché l’opposizione punta a costruire una coalizione senza i partiti ultraortodossi e senza i partiti arabi, ma una “coalizione sionista” composta da cittadini che prestano servizio allo Stato.
Un’altra domanda decisiva riguarda il peso che il ricordo del 7 ottobre avrà nella scelta degli elettori. È vero che l’esecutivo è riuscito a sopravvivere a quella tragedia, ma molti israeliani non hanno dimenticato, nonostante i tentativi di attenuare o offuscare le responsabilità del governo per il più grave disastro nella storia del Paese. Per molti cittadini, la necessità di istituire una commissione d’inchiesta indipendente rappresenta un motivo fondamentale per un cambio di governo, poiché quello attuale continua a opporvisi con fermezza.

Un altro tema cruciale è quello della leva militare degli ultraortodossi, probabilmente la questione più divisiva della società israeliana dopo il 7 ottobre. Se nei mesi successivi all’attacco sembrava che anche nella comunità haredi stesse maturando una maggiore consapevolezza dell’importanza della condivisione del peso della difesa nazionale, gli ultimi due anni hanno mostrato un ampliamento delle distanze.

Il rifiuto dei rabbini e dei leader ultraortodossi di accettare compromessi e di riconoscere la gravità della crisi dell’esercito e della carenza di soldati ha alienato una parte consistente dell’opinione pubblica nei loro confronti, alimentando perfino il timore di una frattura insanabile tra il mondo ultraortodosso e gli israeliani che prestano servizio militare.

La questione della coscrizione sarà uno dei temi più importanti per gli elettori, insieme al futuro della riforma della giustizia – o, secondo i critici, della riforma del sistema istituzionale. Se l’attuale governo dovesse ottenere un nuovo mandato, le riforme considerate anti-democratiche che intende introdurre nel sistema giudiziario potrebbero modificare profondamente e negativamente il carattere dello Stato. La difesa di un Israele democratico e liberale sarà dunque uno dei terreni decisivi della competizione elettorale.

Un’altra questione riguarda naturalmente l’identità del principale sfidante di Netanyahu. Ancora una volta l’opposizione non riesce a raccogliersi attorno a un unico leader, facilitando così il tentativo del premier di dividerla e indebolirla. Mentre Bennett continua a sostenere che, in quanto autentico esponente di una destra liberale, sia lui l’uomo in grado di sconfiggere Netanyahu, i sondaggi indicano una tendenza diversa: Gadi Eisenkot appare ormai come il candidato più forte ed è percepito da molti israeliani, sia a destra sia a sinistra, come una figura onesta, integerrima e lontana da qualsiasi sospetto di corruzione. Persino gli avversari di destra faticano a costruire contro di lui campagne di delegittimazione o di paura.

Infine, un’ultima questione fondamentale riguarda il rischio di disperdere voti. Nelle ultime settimane sono nati diversi nuovi partiti di centro e di destra moderata, intenzionati a offrire un’alternativa di destra “normale”, non estremista, a quelle centinaia di migliaia di elettori di centrodestra che non si riconoscono più in un Likud percepito come eccessivamente radicale.

Il problema è che tali formazioni potrebbero disperdere molti voti qualora non superassero la soglia di sbarramento. D’altra parte, se invece la superassero, potrebbero comunque decidere di allearsi nuovamente con Netanyahu, consentendogli di restare al potere.

Resta infine da capire quale sarà il comportamento dell’elettorato del sionismo religioso, rappresentato in larga parte dagli ebrei osservanti con la kippah fatta a maglia (“kippot serugot”). I sondaggi indicano che questo segmento potrebbe risultare decisivo. Si tratta di cittadini che hanno pagato un prezzo altissimo sul campo di battaglia, contribuiscono in misura significativa alla sicurezza e all’economia del Paese, desiderano un Israele forte ma guardano con crescente insofferenza ai loro “fratelli” ultraortodossi e al loro comportamento. Vogliono un governo di destra, ma rifiutano una nuova stagione di divisioni e auspicano soprattutto il ritorno all’unità nazionale.