A volte i numeri hanno il potere di spiegare la realtà assai meglio di tanti commenti ariosi, di tante analisi pensose, di tante dotte dissertazioni sul destino di un Paese. Le elezioni israeliane sono uno di questi momenti. Per comprenderne il significato, forse conviene lasciare per un istante da parte le simpatie e le antipatie, le previsioni degli esperti e le sentenze degli osservatori internazionali. E guardare semplicemente a ciò che gli israeliani hanno deciso entrando nella cabina elettorale. Proviamo a mettere in fila alcuni fatti incontrovertibili.
Il primo dato è il ridimensionamento politico delle componenti più radicali. Itamar Ben Gvir, il ministro che ha fatto della provocazione permanente e dell’oltranzismo una professione, esce da una consultazione che avrebbe voluto trasformare nella consacrazione della propria linea con un peso politico tutt’altro che decisivo. Il suo partito, Otzma Yehudit, si attesta secondo i risultati provvisori a sette seggi. Anche i partiti ultraortodossi, gli haredim, pur conservando una rappresentanza parlamentare significativa, devono fare i conti con una crescente insofferenza verso privilegi, esenzioni dal servizio militare e pretese che una parte sempre più consistente della società israeliana considera insopportabili. In un Paese che ha combattuto guerre sanguinose, che ha pianto i propri morti e mandato i propri figli al fronte, la questione di chi debba difendere la patria e di chi possa sottrarsi a questo dovere è diventata decisiva e al tempo stesso esplosiva.
Il messaggio politico è chiaro: una parte importante degli israeliani chiede di voltare pagina, di ridimensionare il potere di ricatto delle minoranze più intransigenti, di restituire alla politica una misura di responsabilità collettiva. Ed è significativo che lo faccia attraverso il voto, con quella concretezza democratica che spesso sfugge a chi osserva Israele da lontano, magari avendo già deciso che cosa debba pensarne.
Il secondo dato riguarda Benjamin Netanyahu. Lo si può detestare, considerare responsabile di errori micidiali, attribuirgli una parte delle lacerazioni che attraversano la società israeliana. Epperò sarebbe sciocco — e inutile — sottovalutarlo. Dopo il trauma del 7 ottobre, dopo anni di guerra, dopo le manifestazioni oceaniche contro il suo governo, dopo una pressione internazionale senza precedenti, Netanyahu è ancora lì. Il Likud resta, secondo i risultati provvisori, il primo partito del Paese, con 26 seggi, davanti ai 21 conquistati da Yashar, la formazione guidata da Gadi Eisenkot. Con meno seggi di quelli che aveva, ma pur sempre in testa a tutti.
È una dimostrazione delle sue indubbie capacità politiche, della sua abilità nel sopravvivere a crisi che avrebbero travolto quasi chiunque altro. Ma sarebbe troppo facile liquidare tutto come il risultato delle astuzie di un uomo. Dietro Netanyahu c’è almeno un milione di israeliani, parte tutt’altro che trascurabile della popolazione che, pur conoscendone i difetti, continua a considerarlo una garanzia di sicurezza. Possiamo ritenere che sbaglino. Dobbiamo però cercare di capire perché lo pensino. Anche questo significa rispettare la democrazia nella sua sostanza, senza lasciarsi accecare dalle proprie preferenze fino a sovrapporle alla realtà.
C’è tuttavia un numero che Netanyahu non può ignorare: 53. Sono i seggi che, allo stato attuale dello scrutinio, vengono attribuiti al blocco che lo sostiene. Otto in meno dei 61 necessari per governare. Il premier resta il leader del primo partito, ma la sua sopravvivenza politica non coincide necessariamente con la possibilità di formare un nuovo governo. Una distinzione tutt’altro che secondaria.
E arriviamo al terzo dato, forse il più sorprendente e certamente uno dei più importanti: il voto degli arabi israeliani. Parliamo di una popolazione di oltre due milioni di persone, circa un quinto degli abitanti di Israele. Una minoranza che ha conosciuto discriminazioni, tensioni, difficoltà economiche e un rapporto spesso tormentato con lo Stato. Per anni, in una parte consistente di questa comunità, la sfiducia verso la politica si è tradotta in astensionismo. Le organizzazioni terroristiche hanno cercato di presentare la violenza come l’unica risposta possibile alla questione palestinese.
Ebbene, queste elezioni sembrano indicare qualcosa di profondamente diverso. In una consultazione che ha registrato un’affluenza nazionale del 77,7 per cento, la più alta dal 1999, le liste arabe si avviano a conquistare complessivamente 19 seggi: 12 alla Lista comune e sette a Ra’am. Un risultato storico, che supera i precedenti livelli di rappresentanza parlamentare araba e conferisce a queste formazioni un peso potenzialmente determinante nella nuova Knesset.
Fermiamoci su questo dato. In Israele, mentre all’estero si moltiplicano le accuse di apartheid e si descrive lo Stato ebraico come una democrazia fittizia, centinaia di migliaia di cittadini arabi scelgono di affidare il proprio futuro alla scheda elettorale. Votano per partiti che criticano duramente il governo, rivendicano diritti, contestano le politiche dello Stato. E quei voti possono diventare decisivi per la formazione del prossimo esecutivo.
Naturalmente, tra il peso parlamentare e la possibilità di esercitarlo esiste una distanza che sarebbe ingenuo ignorare. Gadi Eisenkot ha escluso la formazione di un governo di minoranza sostenuto dai partiti arabi, mentre Netanyahu ha respinto qualsiasi ipotesi di collaborazione con quelle formazioni. La loro forza elettorale si scontra dunque con una difficoltà politica reale: essere potenzialmente decisivi senza essere necessariamente accettati come interlocutori di governo. Una contraddizione che potrebbe diventare uno dei nodi centrali della prossima legislatura.
E tuttavia il significato di quel voto resta di straordinaria importanza. Dice che la partecipazione democratica può prevalere sulla rassegnazione, che l’integrazione politica è possibile anche in una società attraversata da conflitti profondissimi. E dice molto sulla qualità delle istituzioni israeliane, capaci di consentire a una minoranza nazionale di conquistare, attraverso il voto, una rappresentanza tanto consistente da incidere sugli equilibri parlamentari. Naturalmente, sarebbe ingenuo immaginare che tutto questo cancelli le contraddizioni e le disuguaglianze. Ma sarebbe altrettanto assurdo ignorare il significato di ciò che è accaduto.
Resta infine la grande incognita: chi governerà Israele? Con circa il 90 per cento dei voti scrutinati, i risultati provvisori disegnano una Knesset frammentata: 53 seggi al blocco di Netanyahu, 48 alle formazioni dell’opposizione guidata da Eisenkot e 19 ai partiti arabi. Nessuno dispone autonomamente della maggioranza necessaria. Il conteggio delle schede rimanenti potrà ancora modificare la distribuzione dei seggi, ma difficilmente cancellerà il problema politico emerso dalle urne.
Le trattative potrebbero essere lunghe, difficili, forse inconcludenti. Potrebbe nascere una coalizione fino a ieri impensabile, potrebbe prendere corpo un governo di unità nazionale, oppure potrebbe ripresentarsi lo spettro di nuove elezioni. Molto dipenderà dalla disponibilità dei protagonisti a superare veti, rivalità e promesse elettorali. E molto dipenderà dalla capacità di riconoscere che la volontà degli elettori, per quanto scomoda, merita di essere presa sul serio.
Ma proprio questa incertezza contiene un’ultima lezione. Israele è una democrazia complicata, litigiosa, talvolta esasperante. Una democrazia nella quale nessuno, nemmeno un leader della statura e della longevità politica di Netanyahu, può considerare il potere una proprietà personale.
E mentre mezzo mondo continua a impartire lezioni di democrazia allo Stato ebraico, gli israeliani, ebrei e arabi, hanno fatto una cosa assai più semplice: sono andati a votare. E hanno rimesso tutto in discussione.

