Il voto israeliano dimostra come Benjamin Netanyahu, nonostante le sue tante vicende controverse e il ridimensionamento elettorale, sia ancora considerato un leader rispettato da una parte considerevole degli elettori. Il voto riporta inoltre in Parlamento le formazioni degli ebrei ortodossi: contro le previsioni, una sola di queste non ha superato la soglia di sbarramento.
È invece una buona notizia la forte mobilitazione dell’elettorato arabo, che di fatto, anche quando non ne esprime consapevolmente l’intenzione, testimonia fiducia nella democrazia.
È difficile prevedere quali dinamiche politiche interne si svilupperanno dopo questo voto. Più facile, forse, comprendere come stia evolvendo il quadro mediorientale nel quale questo voto si inserisce.
L’Iran, pur seriamente indebolito, conserva la capacità di intimidire gli Stati del Golfo attraverso gli Houthi. Da qui il ruolo, non sempre lineare, della Turchia, che è riuscita a portare a Teheran Arabia Saudita e Pakistan e che vuole innanzitutto isolare Gerusalemme in Medio Oriente (e la Grecia nel Mediterraneo), con mosse che hanno irritato anche l’Egitto.
In questo scenario, è probabile che il ruolo degli Stati Uniti risulti indebolito dal voto di midterm di martedì prossimo, che potrebbe tradursi in una sconfitta politica per Donald Trump.
Il processo politico israeliano sarà fortemente condizionato da questo contesto: lo spettro dell’atomica iraniana, la libertà di navigazione messa in discussione non solo nello Stretto di Hormuz ma anche nel Mar Rosso, il mancato disarmo di Hezbollah, Hamas e delle milizie irachene di Asa’ib Ahl al-Haq. Questo quadro potrebbe rendere difficile la nascita di un governo a Gerusalemme sostenuto dai partiti arabi e produrre colpi di scena in entrambi gli schieramenti.
Personalmente considero auspicabile un esecutivo di unità nazionale, che richiederebbe però il temporaneo accantonamento delle contrapposizioni politiche e la ricerca di una soluzione condivisa alle questioni giudiziarie in corso. La limpidezza morale di tanti protagonisti della politica israeliana merita ammirazione. Al tempo stesso, riconoscere la situazione eccezionale determinata dalla guerra rappresenta una scelta di altrettanto valore etico.
Dall’Europa vengono, com’è naturale, auspici di pace. Sarebbe bene, una volta tanto, che a questi auspici seguissero iniziative politiche concrete: che mostrassero la disponibilità ad aiutare gli Stati del Golfo a difendersi e a favorire il disarmo delle organizzazioni armate sostenute dall’Iran in Libano, Gaza, Cisgiordania, Iraq e Yemen, magari attraverso un accordo tra Unione europea e Lega araba. Il tutto evitando le velleità di Macron di affidare un ruolo centrale all’Onu, che nell’ultimo decennio ha mostrato tutti i propri limiti nella gestione delle crisi mediorientali. Si offrirebbe così una base solida per favorire un riequilibrio della politica israeliana, attenuandone le spinte più radicali. Una radicalizzazione in parte comprensibile nelle circostanze attuali, che tuttavia rischia di rivelarsi controproducente.

