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Elezioni e partiti arabi: chi sono e quanto pesano

Dai comunisti agli islamisti, passando per i nazionalisti palestinesi: le formazioni arabe conquistano 19 seggi e diventano decisive per gli equilibri della Knesset. Ma dietro il successo elettorale convivono progetti politici molto diversi

Shira Navon

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Israele e partiti arabi: chi sono e quanto pesano
Iimmagine generata con AI

Tra i protagonisti delle elezioni israeliane del 27 ottobre ci sono i partiti arabi, che hanno conquistato complessivamente 19 seggi, secondo i risultati ancora provvisori: 11 alla Lista comune e sei a Ra’am. Un successo considerevole rispetto ai dieci seggi ottenuti nel 2022, che potrebbe rendere queste formazioni decisive nella scelta del prossimo governo. Ma chi sono, che cosa vogliono e quanto sono realmente disposte a partecipare alla vita politica dello Stato ebraico?

La Lista comune riunisce tre partiti profondamente diversi: Hadash, Ta’al e Balad. La loro alleanza risponde soprattutto alla necessità di superare lo sbarramento elettorale del 3,25 per cento, che nel 2022 aveva escluso Balad dalla Knesset. Hadash, il Fronte democratico per la pace e l’uguaglianza, è una formazione di sinistra radicale, erede della tradizione comunista israeliana. Riunisce militanti arabi ed ebrei, sostiene la nascita di uno Stato palestinese accanto a Israele e rivendica l’uguaglianza nazionale dei cittadini arabi. Tra i suoi esponenti più conosciuti figura Ofer Cassif, parlamentare ebreo che ha sostenuto l’iniziativa del Sudafrica contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia.

Ta’al, guidato da Ahmad Tibi, medico, ex consigliere di Yasser Arafat e parlamentare dal 1999, rappresenta una corrente nazionalista palestinese più pragmatica nell’azione parlamentare. Tibi chiede il riconoscimento dei diritti collettivi della minoranza araba e contesta il carattere esclusivamente ebraico dello Stato, pur utilizzando sistematicamente gli strumenti della democrazia israeliana. Balad, guidato da Sami Abu Shehadeh, esprime invece il nazionalismo palestinese più intransigente. Il suo obiettivo è trasformare Israele da Stato nazionale del popolo ebraico in uno Stato di tutti i suoi cittadini, superandone l’attuale definizione nazionale. Una posizione che incontra l’opposizione anche di gran parte della sinistra sionista.

Diversa è la storia di Ra’am, la Lista araba unita di Mansour Abbas, che avrebbe conquistato sei seggi. È un partito islamista conservatore, legato storicamente al ramo meridionale del Movimento islamico israeliano, particolarmente radicato fra i musulmani religiosi e nelle comunità beduine del Negev. Abbas ha però compiuto una scelta che lo distingue dagli altri leader arabi: partecipare al governo anche insieme ai partiti sionisti, in cambio di risultati concreti. Nel 2021 Ra’am entrò nella coalizione Bennett-Lapid, rompendo un tabù politico. Le sue priorità sono la lotta alla criminalità nelle città arabe, gli investimenti nelle infrastrutture, l’istruzione, le abitazioni e il riconoscimento dei villaggi beduini. Sostiene uno Stato palestinese e mantiene posizioni socialmente conservatrici.

Il successo elettorale è stato favorito da un’impennata dell’affluenza araba. A Nazareth si è passati dal 48 al 72 per cento circa, a Rahat dal 61 all’82, a Umm al-Fahm dal 38 al 76. Una mobilitazione alimentata dall’opposizione a Netanyahu, dalla guerra a Gaza e dalla crescente insicurezza nelle comunità arabe, dove la criminalità organizzata rappresenta un’emergenza quotidiana. Il peso politico di questi 17 deputati potrebbe rivelarsi determinante. Con il blocco Netanyahu fermo, secondo i dati parziali, a 54 seggi e l’opposizione guidata da Gadi Eisenkot a 49, nessuno raggiunge i 61 necessari per governare. Abbas potrebbe trattare un ingresso nella maggioranza; la Lista comune potrebbe eventualmente garantire un sostegno esterno, anche se le sue componenti più radicali rendono difficile qualsiasi accordo. Il risultato mette in luce uno dei paradossi della democrazia israeliana. Partiti che contestano apertamente il sionismo e, in alcuni casi, la stessa definizione nazionale dello Stato ebraico partecipano liberamente alle elezioni, siedono in Parlamento e possono persino decidere chi governerà il Paese.

Resta una domanda: queste formazioni utilizzeranno il loro successo per migliorare concretamente la vita dei cittadini arabi, oppure prevarrà una contrapposizione ideologica destinata a mantenerle ai margini del potere? La risposta potrebbe decidere molto più del futuro governo israeliano.