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Israele, gli arabi votano. E l’apartheid?

L’alta partecipazione degli arabi israeliani alle elezioni riapre il confronto sulle accuse rivolte allo Stato ebraico

Yehudah Pagliara

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Israele, gli arabi votano. E l’apartheid?
Iimmagine generata con AI

Una giornata elettorale è, e dovrebbe sempre essere, una giornata di festa. Si festeggia un momento di democrazia (categoria concettuale, forse astratta), e con esso festeggia anche il cosiddetto “corpo elettorale”, i votanti chiamati alle urne. In definitiva, il popolo (categoria concreta, indubbiamente reale) che vota.

In una particolare area geografica, al crocevia tra Africa e Asia, si vota e si eleggono i propri rappresentanti alle assemblee legislative, anche più volte in un breve arco di tempo. Ciò avviene in un solo posto, esteso all’incirca quanto il Lazio e con una popolazione paragonabile a quella della Lombardia. Il suo nome? Israele!

Tutt’intorno, per molti, molti e molti chilometri, in entrambe le direzioni continentali (ricordiamolo: Africa e Asia), bisognerà fare molta strada per rintracciare qualcosa di simile.

Il 27 ottobre, in quel piccolo lembo di terra, per alcuni tratti persino desertico, si è votato per il rinnovo del parlamento. La Knesset, il cui nome significa letteralmente “assemblea”.

Un dato è emerso con cristallina certezza dalla tornata elettorale: la sentita partecipazione al voto! Le elezioni si sono svolte senza tensioni o incidenti di rilievo, in un Paese costantemente esposto alle minacce di Stati dichiaratamente ostili e di organizzazioni terroristiche.

La festa è stata resa ancora più significativa dall’alta affluenza alle urne, che ha raggiunto il 77,7%, il livello più alto dal 1999.

Particolarmente elevata, secondo i dati disponibili, è stata l’affluenza alle urne della minoranza dei cittadini arabi israeliani, circa due milioni di persone. Le prime rilevazioni indicano una partecipazione vicina all’80%. Una popolazione che comprende, accanto a espressioni decisamente laiche, diverse confessioni religiose, islamiche e cristiane, nelle loro varie articolazioni. Senza voler apparire troppo enfatici, possiamo soltanto rallegrarci per questo vero e proprio trionfo della democrazia.

I risultati definitivi si avranno solo dopo lo scrutinio di tutte le schede votate, comprese quelle dei militari in servizio, il cui computo inizierà alla mezzanotte (ora locale) del giorno successivo al voto popolare.
Il sistema elettorale israeliano, pur contemplando le coalizioni tra partiti, si basa, in definitiva, sul voto proporzionale, come accadeva in Italia sino al 1993 e come tuttora in altri paesi, come la Germania. Ciò significa che – allo stato attuale – è ancora troppo presto per capire quale probabile forma assumerà il futuro governo. Con o senza il premier uscente, Benjamin Netanyahu.

Ma qui non intendiamo soffermarci sul futuro governo israeliano, né sulla possibilità, tutt’altro che remota, di un nuovo ricorso alle urne, nonostante gli appelli alla stabilità e alla governabilità lanciati dal Presidente di Israele, Yitzhak Herzog.

La questione è un’altra. Da svilupparsi sotto forma di domanda.

Eventualmente da rivolgere ai manifestanti cosiddetti propal (in realtà, quasi sempre, pro Hamas); ai tanti addetti all’informazione “a senso unico”; alle rapporteures dell’ONU con licenza di propaganda; ai governanti di Stati importanti quali la Gran Bretagna o la Francia o la Spagna (non solo il Sudafrica, tanto per capirsi). È una domanda sola, semplicissima, persino disarmante nella sua schiettezza: ma in Israele non vige l’apartheid verso la popolazione araba, i sedicenti “palestinesi”?

Non dovrebbero essere in atto attività di “pulizia etnica”, di “sterminio”, addirittura di “genocidio”?
Non molto tempo fa, persino un capo di Stato, nonché importante guida religiosa, papa Francesco, ebbe a porsi l’esistenziale dubbio se non fosse il caso di “indagare se a Gaza” fosse in atto un “genocidio da parte di Israele”. Figuriamoci cosa si sarà chiesto chi non dispone di mezzi di conoscenza aggiornati.

E allora, strano genocidio o, più modestamente, strana pulizia etnica, o, in via ancor più gradata (come si dice nelle aule di giustizia), strano regime di apartheid, quello che consente a milioni di cittadini (va detto: israeliani) arabi, a maggioranza musulmana, di votare e di eleggere in Parlamento un numero di deputati che, secondo i risultati provvisori, potrebbe raggiungere i 17-19 seggi su un totale complessivo di 120 parlamentari, quali propri rappresentanti.

Strano, decisamente anomalo, apartheid che mette sullo stesso piano, in fila nei medesimi seggi elettorali, elettori di diversa provenienza etnica, geografica e religiosa. Comunque suoi cittadini ai quali riconosce eguali diritti e guarentigie e non sempre gli stessi doveri. La leva militare, ad esempio, non è generalmente obbligatoria per i cittadini arabi, mentre per gli ebrei religiosi frequentanti le yeshivot
vigono disposizioni e controversie specifiche.
È proprio l’esercizio dei diritti politici da parte dei cittadini arabi israeliani, con la possibilità di votare, candidarsi ed eleggere i propri rappresentanti, a rendere particolarmente significativo questo appuntamento elettorale.

Una realtà che merita di essere considerata quando si discute della condizione della popolazione araba all’interno dello Stato di Israele, distinta da quella dei palestinesi nei territori della Cisgiordania e di Gaza.
Chissà quando gli abitanti di Gaza, Ramallah, Gerico e Jenin potranno esercitare i propri diritti come i loro più fortunati vicini con passaporto israeliano in tasca e uno Stato, Israele, che si prende cura dei suoi cittadini, della loro sicurezza e dell’esercizio dei loro diritti. Nessuno escluso.

Chissà quando finirà la valanga di fango e di “materiale di origine organica” che, da almeno tre anni, le centrali della propaganda terroristica riversano con costanza e vigore sull’opinione pubblica, e che tante anime belle in cerca di una causa politica da sostenere contribuiscono a diffondere.

Gli abitanti di Gaza, sottoposti alla feroce dittatura mafiosa di Hamas e del Jihad islamico, non possono esercitare liberamente questi diritti. Ma quanti hanno la possibilità di tenere in mano un giornale e magari anche leggerlo, o di ascoltare un canale televisivo o radiofonico, o di stazionare per ore davanti alla schermata del “social” di loro gradimento, tutte queste persone riescono ancora a distinguere la realtà dalla propaganda?