Home > Attualità > Israele al voto: la democrazia resiste, il futuro resta incerto

Israele al voto: la democrazia resiste, il futuro resta incerto

Affluenza record, tenuta del Likud e partecipazione degli arabi israeliani. Le urne confermano la vitalità democratica del Paese, mentre resta aperta la partita del nuovo governo.

Luigi Mattiolo

Tempo di Lettura: 4 min
Israele al voto: la democrazia resiste, il futuro resta incerto
Iimmagine generata con AI

Mentre prosegue lo spoglio dei voti in Israele, possiamo avanzare alcune prime valutazioni sull’esito delle elezioni. Innanzitutto colpisce la straordinaria affluenza ai seggi: la partecipazione del 77,7 per cento degli aventi diritto è un dato che testimonierebbe la profonda vitalità della democrazia in qualsiasi paese, ma è ancora più significativo per Israele, sottoposta da anni a un conflitto su più fronti e accusata da gran parte dei media internazionali di aver smarrito la propria vocazione democratica e liberale per trasformarsi in un attore aggressivo e destabilizzante su scala regionale, se non globale.

Colpisce poi la massiccia partecipazione al voto degli arabi israeliani, che evidentemente confidano nella democrazia parlamentare e nella possibilità di far sentire la propria voce. La maggioranza della Commissione elettorale centrale aveva cercato di escludere due formazioni arabe dalla competizione elettorale, ma la Corte Suprema aveva annullato la decisione. Viene così smentita nei fatti l’immagine, anch’essa prevalente in Europa e nel mondo, di Israele come paese razzista fondato sull’apartheid e sulla discriminazione nei confronti delle sue componenti minoritarie.

Ciò non toglie che dall’analisi dei risultati elettorali e delle prospettive che si dischiuderanno d’ora in avanti emergano molte incognite per il futuro. Chi si attendeva che gli elettori infliggessero una sconfitta definitiva al premier in carica per le falle nella sicurezza tragicamente emerse il 7 ottobre 2023 e per l’isolamento e la condanna internazionali che hanno colpito Israele è rimasto deluso. I risultati parziali indicano una sostanziale tenuta del Likud, di cui Netanyahu rivendicherà il merito, ma non consegnano a nessuno dei contendenti la possibilità di governare da solo, il che peraltro era prevedibile alla luce del sistema elettorale vigente, che garantisce la rappresentanza di numerosi partiti minori e induce la formazione di coalizioni di governo eterogenee, ovvero intrinsecamente fragili.

Tuttavia, emerge chiara la volontà di cambiamento espressa dalla maggioranza degli israeliani, un’esigenza avvertita anche da una parte significativa della diaspora ebraica nel mondo, la più colpita dalla terribile recrudescenza dell’antisemitismo che pervade le nostre società. Credo che nasca da questa profonda inquietudine, che dovremmo tutti comprendere e condividere, la determinazione di migliaia di israeliani residenti all’estero a tornare in patria anche per contribuire a voltare pagina e a iniziare a lenire le ferite di un paese traumatizzato e polarizzato per effetto del governo più longevo e divisivo della sua storia.

I numerosi detrattori di Israele si dicono delusi che le piattaforme elettorali dei partiti di governo e di quelli dell’opposizione non differiscano granché sul fronte dei rapporti con i palestinesi e della prospettiva di una soluzione a due Stati. Fingono così di ignorare il trauma che ha scosso Israele il 7 ottobre, l’orrore di quel pogrom, l’angoscia di vedersi attaccato su più fronti, l’amarezza di sapersi considerato aggressore e mai vittima, la consapevolezza che, in fondo, Israele deve poter contare soltanto su se stesso per difendersi.

Credo che queste siano le motivazioni alla base delle scelte politiche della gran parte degli elettori israeliani, come pure che il disarmo di Hamas sia l’obiettivo fondamentale da tutti perseguito e, del resto, ribadito in ogni circostanza dalle stesse Nazioni Unite. Ciò non esclude che il voto del 27 ottobre possa aprire una nuova stagione. Se ne uscirà un governo con l’appoggio esterno dei partiti arabi o anche un governo di unità nazionale, potremmo aspettarci una revisione della politica degli insediamenti, un ritorno a una dottrina della sicurezza più attenta a ristabilire la deterrenza che all’annientamento di tutti gli avversari, fermo restando che questo obiettivo rimane ineludibile, non solo per gli ebrei israeliani e non solo per Israele.

A seconda della composizione del futuro governo, potremmo assistere all’abolizione dell’esenzione dalla leva militare per gli ultraortodossi, una questione che lacera profondamente la società israeliana, che la guerra a Gaza e l’impegno militare su più fronti hanno contribuito a esasperare e che l’alleanza capeggiata da Eisenkot intende affrontare. È presto per trarre conclusioni definitive: restano troppi fattori interni e internazionali da decifrare. Una certezza, tuttavia, emerge già: gli anticorpi democratici di Israele continuano a funzionare.