C’è una categoria professionale che riesce a sopravvivere brillantemente ai propri fallimenti: quella dei sondaggisti. Un chirurgo che sbaglia sistematicamente le operazioni avrebbe qualche difficoltà a conservare la clientela. Un ingegnere i cui ponti crollano verrebbe invitato a cambiare mestiere. Un sondaggista che sbaglia le previsioni elettorali viene invece invitato in televisione a spiegare perché le ha sbagliate. E, naturalmente, a formulare le successive.
Le elezioni israeliane offrono un’altra occasione per riflettere su questo curioso privilegio. Le rilevazioni che per mesi hanno alimentato analisi, strategie e discussioni televisive si sono scontrate con una realtà elettorale assai meno disciplinata del previsto. Soprattutto il voto arabo, con una partecipazione ben superiore alle attese e un risultato particolarmente significativo per le sue formazioni politiche, ha mostrato quanto sia difficile trasformare le intenzioni dichiarate in voti effettivi.
Il problema, naturalmente, riguarda tutto il mondo. Israele ha una tradizione di sondaggi particolarmente intensa, quasi ossessiva. Ogni settimana vengono pubblicate nuove proiezioni dei seggi alla Knesset, spesso presentate con una precisione che farebbe invidia a un laboratorio di fisica nucleare. Un partito sale di due seggi, un altro ne perde tre, una coalizione raggiunge quota 61 e il giorno dopo precipita a 58. Si costruiscono scenari, si annunciano svolte, si celebrano vittorie e si decretano sconfitte. Poi arrivano gli elettori, che hanno la pessima abitudine di votare secondo la propria volontà.
Il punto più debole è spesso la previsione dell’affluenza. Un campione può essere statisticamente rappresentativo, le interviste possono essere condotte correttamente, ma se alle urne si presentano cittadini che normalmente si astengono, l’intero edificio delle proiezioni rischia di traballare. È ciò che il voto arabo israeliano ha riportato al centro dell’attenzione.
Anche in Italia conosciamo bene il fenomeno. I sondaggisti sono ospiti fissi dei programmi politici, distribuiscono percentuali con due cifre decimali e commentano oscillazioni che talvolta rientrano ampiamente nel margine d’errore. Se il risultato finale contraddice le previsioni, la spiegazione è già pronta: gli indecisi, l’astensione, il voto nascosto, gli ultimi giorni di campagna elettorale, la luna nemica, gli spiriti… Tutte possibilità reali, per carità! Ma proprio per questo sarebbe opportuno un po’ più di prudenza prima del voto.
A volte i sondaggisti ricordano gli oroscopisti. Anche questi ultimi godono di una sorprendente immunità dall’errore. Ricordo un astrologo che, alla vigilia del Covid, aveva annunciato un anno fantastico. Arrivò invece una pandemia che paralizzò il pianeta. L’incidente professionale, evidentemente, non ne ha compromesso la carriera: continua a imperversare sulle pagine di un’importante testata. D’altra parte, le stelle non rilasciano dichiarazioni di smentita.
Naturalmente esiste una differenza fondamentale: la demoscopia è una disciplina statistica seria, fondata su metodi verificabili, mentre l’astrologia non possiede alcuna base scientifica. Il guaio comincia quando i risultati di un’indagine campionaria vengono trasformati in profezie, dimenticando margini d’errore, incertezze e limiti dei modelli. Un sondaggio fotografa, con una certa approssimazione, le opinioni di un determinato momento. Il futuro resta un’altra faccenda. E gli elettori, per fortuna, continuano a dimostrarlo.
Forse la prossima volta, anziché chiedere ai sondaggisti chi vincerà le elezioni, potremmo domandare loro quanto sono sicuri di saperlo. Sarebbe già un considerevole progresso scientifico.

