Israele ha circa dieci milioni di abitanti, ma da quasi un decennio riceve una copertura mediatica internazionale pro capite superiore a quella di quasi ogni altro Paese comparabile. Non soltanto dopo il 7 ottobre 2023. La sproporzione emerge anche negli anni senza grandi guerre e diventa ancora più evidente confrontando Israele con crisi che hanno provocato centinaia di migliaia di vittime.
A misurare il fenomeno è “Center of Attention”, un’analisi realizzata dal ricercatore Jeremy Musighi su 14.679.657 articoli pubblicati in 65 lingue tra il 2017 e agosto 2026. Il lavoro utilizza il GDELT Global Knowledge Graph e considera un articolo principalmente dedicato a un Paese quando questo riceve il maggior numero di riferimenti geografici nel testo. Le testate nazionali sono escluse dal conteggio relativo al proprio Paese. Il risultato più netto riguarda la continuità: Israele è stato primo al mondo per copertura internazionale pro capite in nove dei dieci periodi annuali esaminati. L’unica eccezione è il 2022, quando è sceso al quarto posto dietro Ucraina, Svizzera e Irlanda dopo l’invasione russa.
Nell’intero periodo ha ricevuto in media 2,4 volte la copertura pro capite della Svezia, seconda in classifica. In termini assoluti è sesto, dietro Stati Uniti, Cina, Regno Unito, Russia e Francia.
Il 7 ottobre ha aumentato il divario, ma non lo ha creato. Già nel 2019, anno relativamente tranquillo sul fronte israelo-palestinese, un articolo internazionale ogni 112 tra quelli analizzati riguardava principalmente Israele. Il Paese era settimo al mondo per volume assoluto e già primo pro capite. Rapportando il campione al totale delle pubblicazioni monitorate da GDELT, Musighi stima circa un articolo ogni sette residenti israeliani, contro uno ogni 47 canadesi, 340 brasiliani e 1.550 indiani.
Dopo l’attacco di Hamas la distanza è cresciuta e nel 2024 circa un articolo internazionale ogni 50 era incentrato principalmente su Israele e uno ogni 26 lo menzionava. Il Paese è salito al secondo posto mondiale per copertura assoluta, dietro soltanto agli Stati Uniti. Gli articoli del campione dedicati a Israele hanno superato separatamente quelli relativi a tutti i 48 Paesi dell’Africa subsahariana, ai 22 membri della Lega Araba e all’intera Asia meridionale.
Il confronto televisivo rende ancora più visibile la differenza. Musighi ha analizzato i sottotitoli dei notiziari di CNN, Fox News, MSNBC e BBC News. Nei 365 giorni successivi al 7 ottobre, Israele ha superato l’1% del tempo di trasmissione dei canali via cavo statunitensi in 344 giorni, con una media del 5,65%.
Altre crisi hanno seguito una traiettoria molto diversa. Dopo la caduta di Kabul nel 2021, l’Afghanistan arrivò inizialmente a quasi il 27% del tempo televisivo, ma dopo 90 giorni era sceso a circa il 2% del picco. La guerra civile in Sudan raggiunse circa l’1,5%, soprattutto durante l’evacuazione degli americani, e superò la soglia dell’1% soltanto otto giorni in 18 mesi. La guerra del Tigray, in Etiopia, non raggiunse mai lo 0,03% in una singola giornata. È cambiato anche il tono della copertura. Nel 2019 gli articoli occidentali relativi a Israele avevano un punteggio medio GDELT di -2,2; nel 2024 è sceso a -4,42 e il 78% degli articoli risultava sotto la soglia di negatività adottata da Musighi. Il dato misura la prevalenza automatica di linguaggio positivo o negativo, non stabilisce se un articolo sia corretto, imparziale o ostile. Nel 2024, tuttavia, il punteggio relativo a Israele risultava più negativo di quelli registrati dalle stesse testate per Russia, Iran e Siria.
Anche la provenienza degli articoli si è rovesciata. Nel 2019 circa il 69% dei pezzi principalmente dedicati a Israele proveniva da media di Paesi a maggioranza musulmana e il 24% da testate occidentali. Nel 2024 queste ultime rappresentavano circa il 60%, mentre la quota dei media dei Paesi a maggioranza musulmana era scesa al 27%. I numeri non spiegano da soli perché Israele occupi questo spazio né consentono di misurare la qualità dei singoli articoli. Documentano però una caratteristica precisa: l’attenzione dedicata al Paese precede il 7 ottobre, cresce dopo l’attacco di Hamas e, a differenza di quanto accaduto per Afghanistan, Sudan o Tigray, non segue il rapido declino che normalmente accompagna le crisi internazionali quando escono dalle prime pagine.