«Di’ 400 e riceverai 4.000. Di’ 500 e riceverai 5.000». È un’accusa pesantissima quella rivolta a Naza – Danni collaterali, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Shor dedicato agli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza e premiato alla Mostra del cinema di Venezia.
A formularla è un giovane che sostiene di aver partecipato al film e che, intervistato dall’investigatore privato Shmuelik Maman, racconta un sistema nel quale il compenso corrisposto ad alcuni intervistati sarebbe aumentato in proporzione al numero delle vittime dichiarate davanti alla telecamera.
La testimonianza, diffusa dalla società Quentin Investigations e ripresa dal quotidiano israeliano Maariv, mette quindi direttamente in discussione il metodo seguito nella realizzazione del documentario. Secondo il giovane, gli autori avrebbero incoraggiato l’esagerazione del numero dei morti attraverso un meccanismo economico molto semplice: più alto era il bilancio raccontato, maggiore sarebbe stata la somma ricevuta.
Il testimone sostiene inoltre che diverse cifre presentate nel documentario non corrispondano a quanto lui stesso avrebbe visto sul terreno.Porta come esempio l’attacco israeliano del 13 luglio 2024 contro Mohammed Deif, capo dell’ala militare di Hamas e uno dei principali organizzatori del massacro del 7 ottobre. Il raid avvenne nell’area di Al-Mawasi, nei pressi di Khan Younis.
Secondo il giovane, si sarebbe trattato dell’episodio con il maggior numero di vittime civili di cui abbia avuto conoscenza diretta: circa 90 morti. Aggiunge però che quasi la metà di loro sarebbero stati appartenenti a Hamas.Israele confermò successivamente che Mohammed Deif era stato ucciso in quell’operazione. Nello stesso attacco venne eliminato anche Rafa Salama, comandante della brigata di Khan Younis di Hamas.
Le accuse arrivano mentre Naza è già al centro di forti polemiche in Israele per il modo in cui rappresenta le operazioni dell’IDF nella Striscia di Gaza. Il premio ottenuto a Venezia ha ulteriormente accresciuto la visibilità internazionale del documentario e, di conseguenza, anche il peso delle contestazioni rivolte al film.
Proprio per la gravità delle accuse, resta però indispensabile distinguere ciò che è stato denunciato da ciò che è stato accertato. Al momento, il racconto del giovane intervistato da Maman non risulta corroborato da verifiche indipendenti. Non è stata inoltre resa pubblica una risposta dei registi alle specifiche accuse riguardanti il pagamento degli intervistati in relazione al numero di vittime dichiarato.
Se il sistema descritto dal testimone fosse confermato, la questione andrebbe molto oltre una controversia sulla lettura della guerra di Gaza: investirebbe direttamente l’attendibilità delle testimonianze raccolte e il metodo stesso con cui il documentario è stato costruito. Per ora resta un’accusa. Seria, circostanziata e tale da richiedere verifiche altrettanto serie.