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Israele dopo il 7 ottobre tra memoria, ferite e vita che resiste

Da Gerusalemme a Kfar Aza, fino a Majdal Shams, il racconto di un Paese che continua a vivere senza poter dimenticare

Francesca Musacchio

Tempo di Lettura: 3 min
Israele dopo il 7 ottobre tra memoria, ferite e vita che resiste

Non era il mio primo viaggio in Israele. Era però il primo dopo il 7 ottobre 2023. Ero felice di tornare tra i vicoli del suq, nella Città Vecchia di Gerusalemme, di rivedere i luoghi sacri delle tre religioni monoteiste, di immergermi ancora nella folla tra lingue diverse, colori e profumi che rendono questa città irriducibile a qualsiasi definizione. Ho incontrato invece dolore e desolazione. Israele, dopo il 7 ottobre, è un Paese rimasto uguale a se stesso per certi versi, ma profondamente cambiato per altri. La vita continua, perché deve andare avanti.

I ristoranti sono aperti, le strade di Tel Aviv sono animate. I giovani animano le serate della città. Ma sotto questa normalità scorre una tensione che non si percepisce da subito. In caso di allarme, abitanti e turisti sanno quanto tempo hanno per raggiungere il rifugio più vicino. Anche la leggerezza ha imparato a fare i conti con le sirene. La sensazione è che nulla potrà tornare davvero come prima. Non nell’immediato, forse non per molto tempo. Perché quanto accaduto non è confinato nel passato: è ancora nelle case, nei muri, nei volti.

A Kfar Aza, uno dei kibbutz assaltati da Hamas, il 7 ottobre non è una data. Le abitazioni bruciate restano aperte come ferite. Sui muri, i segni dei proiettili. Dentro, ciò che resta di vite interrotte. Davanti alle case, i pannelli con i volti e i nomi di chi ci viveva. Non numeri, ma persone. Giovani sorridenti, famiglie, figli, fratelli. Ogni fotografia restituisce una parte di ciò che la parola “vittima” tende a cancellare. E il massacro continua a emergere dalle testimonianze dei sopravvissuti, che non raccontano soltanto ciò che hanno visto. Raccontano ciò che continuano a vedere. Le parole sono precise, quasi trattenute, come se il dolore avesse imposto anche un ordine al linguaggio. Non cercano compassione.

Chiedono soltanto che quanto accaduto non venga deformato, ridotto, cancellato. Come nel cimitero delle automobili. Le vetture dei ragazzi che tentavano la fuga dal Nova Festival, accatastate e bruciate. Accanto, quelle utilizzate dai terroristi per attraversare il confine e raggiungere i kibbutz. Lamiere contorte, sedili carbonizzati, vetri esplosi. È difficile immaginare che dentro quelle carcasse ci fossero vite, voci, telefonate, ultimi messaggi. Eppure è proprio questo che bisogna fare: dare il volto di una persona a ogni oggetto rimasto.

A Majdal Shams, in un villaggio druso nel nord, il dolore ha il volto di una madre. Sua figlia Alma era tra i dodici bambini uccisi nel luglio 2024 da un missile di Hezbollah, mentre giocavano in un campo sportivo. Su una parete sono esposte le fotografie dei bambini. Sorridono. Hanno l’età in cui il futuro dovrebbe essere ancora una certezza. Di loro si è parlato poco. Come se quelle morti, avvenute lontano dalle telecamere che stabiliscono ogni giorno quale dolore meriti spazio, valessero meno. Ma i bambini sono bambini ovunque vengano uccisi. Non esistono morti geopoliticamente più convenienti di altre.

Anche Gerusalemme porta i segni della guerra. Il suq, un tempo attraversato da una folla incessante, appare vuoto e silenzioso. I commercianti aspettano clienti che non arrivano. La guerra ha colpito anche qui, senza missili. E nel Paese ferito rimane la fatica quotidiana di chi prova a vivere senza tradire i morti. In Israele il lutto non è separato dalla vita, le cammina accanto. È nei memoriali, nelle fotografie, nei rifugi, nei racconti dei sopravvissuti. È nello sguardo di chi continua a lavorare, amare, crescere figli, pur sapendo che il tempo si è spezzato in due. C’è un prima e c’è un dopo. E in mezzo restano i nomi. Sono loro a impedire che la morte diventi soltanto cronaca.