Prima è comparsa la sua fotografia su un quotidiano vicino al regime iraniano. Giorgia Meloni è ritratta con una tuta arancione da detenuta, accanto a Donald Trump, Benjamin Netanyahu e ad altri leader occidentali indicati come responsabili della morte di Ali Khamenei. Sopra alcune immagini campeggia un mirino, mentre il titolo è inequivocabile: «La vendetta è certa». Poche ore dopo è arrivato il primo messaggio del nuovo leader della Repubblica islamica. Le due immagini fanno parte dello stesso racconto politico. Mojtaba Khamenei, succeduto al padre Ali alla guida del Paese, ha promesso che il sangue dei “martiri” sarà vendicato e ha avvertito che gli “assassini criminali” non potranno sperare di morire serenamente nel proprio letto.
La dichiarazione, letta dalla televisione di Stato durante le esequie di Ali Khamenei, non contiene alcun segnale di apertura. Nessun riferimento alla ricostruzione di un Paese duramente colpito dalla guerra, nessun accenno alle difficoltà economiche che gravano sulla popolazione, nessuna prospettiva diplomatica. Il primo atto politico della nuova Guida suprema è un giuramento di ritorsione.
Nel suo messaggio Mojtaba Khamenei ha ringraziato gli iraniani e gli sciiti iracheni per la massiccia partecipazione ai funerali, definendola «storica e senza precedenti». Il cuore del discorso, però, è arrivato nella parte finale. «Ci impegniamo a vendicare il vostro sangue puro e quello di tutti i martiri di queste due guerre», ha affermato. Ha poi aggiunto che questa vendetta rappresenta la volontà della nazione iraniana e che «deve certamente essere compiuta». Infine ha rivolto una minaccia diretta ai responsabili degli attacchi contro la Repubblica islamica: «Porteranno nella tomba il desiderio di una morte pacifica nel proprio letto».
Il significato politico di queste parole va oltre la consueta retorica rivoluzionaria della Repubblica islamica. Mojtaba Khamenei debutta infatti sulla scena internazionale ribadendo che la successione al padre non comporterà alcun cambio di rotta. Il nuovo leader si presenta come il custode dell’eredità politica e ideologica di Ali Khamenei, in un momento in cui molti osservatori si interrogavano sulla possibilità di una fase diversa dopo il conflitto con Israele e gli Stati Uniti.
Le operazioni militari condotte nelle ultime settimane hanno colpito duramente l’apparato della Repubblica islamica. Installazioni strategiche, siti collegati al programma nucleare, comandanti dei Pasdaran e scienziati sono stati bersagli di un’offensiva che ha incrinato l’immagine di forza costruita dal regime negli ultimi decenni. In questo contesto, la promessa di vendetta serve anche a rassicurare le Guardie della Rivoluzione e l’intero apparato di potere, mostrando che il cambio al vertice non modifica la strategia dell’Iran.
Colpisce anche un altro particolare. Mojtaba Khamenei continua a non apparire in pubblico. Il suo messaggio è stato diffuso esclusivamente in forma scritta e letto dalla televisione di Stato. Le autorità iraniane parlano di esigenze di sicurezza, mentre altre ricostruzioni, non confermate in modo indipendente, sostengono che il nuovo leader sia rimasto ferito durante gli attacchi che hanno preceduto la morte del padre. Qualunque sia la spiegazione, la sua prima uscita politica avviene senza mostrarsi davanti agli iraniani.
L’inserimento di Giorgia Meloni nella cosiddetta lista nera pubblicata dal quotidiano Hamshahri, vicino al regime di Teheran, conferisce inoltre alla vicenda una dimensione che riguarda direttamente anche l’Italia. La presidente del Consiglio viene accostata ai principali avversari della Repubblica islamica in una rappresentazione che, pur non avendo valore ufficiale, riflette il clima di mobilitazione e di ostilità alimentato dagli ambienti più vicini al potere iraniano.
Naturalmente esiste una differenza tra propaganda e azione concreta. La Repubblica islamica ha spesso utilizzato un linguaggio incendiario senza tradurlo immediatamente in operazioni militari dirette. Tuttavia il primo messaggio del nuovo leader assume un valore simbolico enorme. Mojtaba Khamenei avrebbe potuto scegliere di parlare di stabilità, ricostruzione o futuro. Ha scelto invece la vendetta.
La storia insegna che i primi atti di un nuovo capo di Stato raramente sono casuali. Il nuovo leader iraniano ha deciso di inaugurare il proprio mandato confermando che la linea della Repubblica islamica resta quella dello scontro con Israele, con gli Stati Uniti e con l’Occidente. L’uomo al vertice è cambiato. Il linguaggio del potere, invece, è rimasto esattamente lo stesso.