Home > Attualità > Dal Ghetto alle passerelle: la tradizione tessile ebraica che ha cambiato la moda italiana

Dal Ghetto alle passerelle: la tradizione tessile ebraica che ha cambiato la moda italiana

L’arte del riatto, i ricami sacri e la lezione di Wicky Hassan raccontano una storia di resilienza, creatività e identità che attraversa cinque secoli di storia della Comunità ebraica di Roma

Sara Hernández Díez

Tempo di Lettura: 6 min
Dal Ghetto alle passerelle: la tradizione tessile ebraica che ha cambiato la moda italiana

Più che semplici ornamenti, tessuti e ricami rappresentano il filo conduttore della memoria, custodi di un’identità senza tempo. Come riconosciuto dall’UNESCO, questa sapienza artigiana è un patrimonio vivente capace di tessere il legame profondo tra passato e futuro. Ogni trama diventa così la voce silenziosa di un popolo, ricordandoci che la cultura si tramanda, letteralmente, un punto alla volta. È da questa profonda consapevolezza che prende vita l’incontro “Tessuti & Tradizione. La Comunità Ebraica di Roma e la moda”. Un appuntamento che non si limita a celebrare l’estetica, ma scava nelle radici di un legame storico e viscerale, capace di influenzare lo stile e il costume non solo della Capitale ma del mondo intero.

Per la comunità ebraica capitolina il mondo dei tessuti non è mai stato una semplice faccenda di affari, ma un lungo cammino di resilienza e riscatto iniziato tra le mura del Ghetto istituito nel 1555. In quell’epoca di rigide restrizioni papali, agli ebrei romani era vietato l’esercizio di quasi ogni mestiere, costringendoli a dedicarsi principalmente al commercio degli abiti usati e dei vecchi tessuti, i celebri cenci. Con una straordinaria capacità di adattamento, quegli artigiani seppero trasformare un limite opprimente in un’eccellenza artigianale, diventando maestri assoluti nel selezionare, rammendare, nobilitare e commerciare stoffe di ogni tipo.

Questa maestria ha lasciato un’impronta indelebile non solo nell’economia della Città Eterna, ma anche nella sfera religiosa, come testimonia la sbalorditiva collezione di tessuti sinagogali oggi custodita nel Museo Ebraico di Roma. Non potendo spesso acquistare stoffe nuove a causa delle leggi discriminatorie, le famiglie e le confraternite trasformavano antichi tessuti e abiti di pregio in paramenti sacri finemente ricamati d’oro e d’argento. I manti per i Rotoli della Torah e i tendaggi per l’Arca Santa diventavano così scrigni di memoria collettiva e familiare, dove ogni cucitura racchiudeva una preghiera o il ricordo di una persona cara, elevando il recupero dei materiali a un livello di altissima dignità artistica e spirituale.

È dentro questa quotidianità faticosa che le mani e l’ingegno della Comunità hanno dato vita a vere e proprie tecniche d’arte d’ago uniche al mondo. La prima e più celebre forma d’arte fiorita tra le mura di quel microcosmoèil rammendo invisibile, storicamente noto come l’arte del riatto. Le donne ebraiche romane divennero così straordinariamente abili nel risanare i tessuti logori, nel ricostruire le trame dei fili interrotti e nel riparare i merletti, tanto che la stessa nobiltà pontificia e il patriziato romano iniziarono ad affidare loro i propri abiti e corredi più preziosi. Questa tecnica non era un semplice rammendo, ma una vera e propria rigenerazione del tessuto, capace di rendere impercettibile il punto di rottura.

Accanto al riatto, è cresciuta la magia del ricamo a riporto, una delle massime espressioni dell’identità ebraica romana, visibile ancora oggi nei capolavori del Museo Ebraico. Gli artigiani scucivano meticolosamente i singoli motivi decorativi di pregio – come fiori, melograni, arabeschi e stemmi – da vecchi damaschi, velluti o broccati barocchi ormai dismessi dai palazzi nobiliari. Questi frammenti isolati venivano poi ritagliati, rifiniti e applicati (“riportati”, appunto) su nuovi sfondi di seta o velluto unito, dando vita a composizioni inedite e sontuose. Da questa pratica è derivato un singolare stile di intarsio tessile o patchwork sacro. Per realizzare i grandi tendaggi sinagogali che coprono l’Arca Santa, le Parochot, gli artigiani univano frammenti di stoffe di epoche, provenienze e colori completamente diversi. Questi frammenti venivano accostati e cuciti insieme con una precisione geometrica millimetrica, creando un vero e proprio mosaico di stoffe che riusciva a nobilitare anche il più piccolo scampolo sopravvissuto, trasformando la scarsità di mezzi in una scelta estetica di altissimo livello.

Infine, spicca la maestria nel ricamo in oro a posato (o a sbalzo), utilizzato per decorare i paramenti religiosi e i manti della Torah. Per evitare lo spreco del preziosissimo filo d’oro o d’argento, i ricamatori del Ghetto perfezionarono una tecnica in cui il filo metallico non attraversava mai la stoffa da parte a parte (cosa che avrebbe consumato metà del materiale sul retro del tessuto), ma veniva adagiato sulla superficie e fissato con piccoli, invisibili punti di filo di seta. Spesso, al di sotto dell’oro, venivano inseriti spessori di cartoncino o fili di cotone idrofilo per dare tridimensionalità al disegno, facendo risaltare “a sbalzo” i simboli della tradizione, come la Corona della Torah, le Colonne del Tempio o i Leoni di Giuda, con un effetto scultoreo tipicamente romano.

Tutta questa straordinaria sapienza, custodita gelosamente per secoli, è esplosa nelle strade della città con l’emancipazione della fine dell’Ottocento, gettando le basi per la nascita di storiche dinastie di commercianti, sarti e imprenditori che hanno vestito intere generazioni di romani e contribuito a definire lo stile italiano. L’incontro nei Giardini del Tempio Maggiore esplora proprio questa affascinante evoluzione, mostrando come la trasmissione di questo saper fare sia passata di generazione in generazione, arrivando oggi a dialogare con le sfide della moda contemporanea e della sostenibilità. Attraverso questo viaggio tra ieri e oggi, emerge chiaramente come la storia di un popolo e il costume di una città abbiano continuato a camminare insieme, dimostrando che l’identità può ancora essere cucita sul futuro.

Un futuro che ha trovato la sua espressione più rivoluzionaria e coraggiosa proprio nella figura di Wicky Hassan. Nessuno, in epoca moderna, ha saputo interpretare questo legame tra memoria e avvenire meglio dello straordinario stilista e imprenditore a cui questo incontro è interamente dedicato, a quindici anni dalla sua scomparsa. La sua storia incarna in modo viscerale l’essenza stessa e la forza della comunità.

Nato a Tripoli da una famiglia ebraica di commercianti di stoffe, Hassan arrivò a Roma nel 1967 come profugo, costretto a fuggire a causa dei drammatici pogrom anti-ebraici scoppiati in Libia dopo la Guerra dei Sei Giorni. Nella Capitale saprà ricominciare da zero, traducendo quella storica e intima familiarità con le trame in una visione rivoluzionaria che lo porterà a fondare il gruppo Sixty e marchi iconici come Energie e Miss Sixty, capaci di ridefinire il casual e il denim a livello globale. Per la comunità ebraica, Wicky Hassan rappresenta molto più di un uomo di successo nel fashion system; è il simbolo vivente del riscatto, del coraggio e dell’integrazione, un ponte indissolubile tra la secolare tradizione tessile romana e l’identità della diaspora libica che a Roma ha trovato una nuova casa. Ricordarlo oggi significa celebrare un uomo che ha dimostrato come, partendo da pochi fili e da un destino spezzato, si possa cucire una storia straordinaria, capace di vestire il mondo intero senza mai dimenticare le proprie radici.