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Hamas scioglie il governo di Gaza ma tiene le armi

Il movimento islamista annuncia il passo indietro dell’amministrazione civile in favore di un organismo tecnico mentre resta irrisolta la questione decisiva del disarmo

Alessandro Carmi

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Hamas scioglie il governo di Gaza ma tiene le armi

Hamas ha annunciato lo scioglimento del governo che amministra la Striscia di Gaza e la disponibilità a trasferire le funzioni civili a un organismo tecnico indipendente. La decisione, resa nota lunedì, rappresenta uno dei più significativi cambiamenti politici dall’inizio della guerra, anche se Israele la considera per il momento un gesto privo di effetti concreti, perché il nodo centrale del disarmo delle organizzazioni terroristiche resta completamente irrisolto.

A dimettersi è stato il cosiddetto Comitato di emergenza, l’esecutivo che negli ultimi mesi ha governato la Striscia per conto di Hamas. Secondo il comunicato diffuso dall’organizzazione, tutti i dipendenti pubblici continueranno a svolgere regolarmente le proprie funzioni, passando sotto la responsabilità del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (National Committee for the Administration of Gaza, NCAG), organismo guidato dal tecnico palestinese Ali Shaath.

La nascita del NCAG rientra nel piano di pace promosso dall’amministrazione del presidente Donald Trump dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. L’obiettivo è creare un’amministrazione civile composta da tecnocrati, capace di gestire la ricostruzione della Striscia e i servizi essenziali senza affidarne il controllo né a Hamas né all’Autorità Palestinese.

Il passo annunciato da Hamas sembra voler dimostrare una disponibilità a rinunciare almeno formalmente al governo civile. È una richiesta avanzata da tempo dai mediatori internazionali, convinti che qualsiasi processo di ricostruzione debba poggiare su un’autorità amministrativa credibile e distinta dalle organizzazioni armate.

Il problema, tuttavia, rimane quello che da mesi blocca l’attuazione della seconda fase dell’accordo di pace. Hamas continua infatti a rifiutare il disarmo, condizione considerata imprescindibile da Israele e inserita sia nel piano americano sia nella risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il Board of Peace, l’organismo internazionale incaricato di seguire l’attuazione dell’accordo, ha accolto con prudenza l’annuncio, spiegando che valuterà «i fatti e non le promesse» e ribadendo che una vera transizione richiede la concentrazione di tutte le armi sotto il controllo esclusivo del nuovo organismo amministrativo.

La risposta israeliana è stata ancora più fredda. Un alto funzionario, citato dall’emittente pubblica Kan, ha definito l’iniziativa «una semplice operazione di facciata», sostenendo che Hamas stia cercando di guadagnare tempo per evitare di essere accusata di violare gli impegni assunti durante i negoziati. Secondo questa lettura, il movimento islamista sarebbe disposto a rinunciare all’amministrazione quotidiana della Striscia, mantenendo però intatto il proprio apparato militare e la propria capacità di controllo sul territorio.

L’atteggiamento di Hamas alimenta infatti le perplessità. Da una parte il portavoce Hazem Qassem afferma che il movimento è pronto a consegnare le responsabilità di governo per favorire il successo del nuovo comitato. Dall’altra continua a subordinare qualsiasi discussione sul proprio arsenale alla preventiva costituzione di un’amministrazione palestinese pienamente operativa, posizione che Israele respinge.

Nel frattempo la situazione sul terreno continua a evolversi. Le Forze di difesa israeliane mantengono il controllo di oltre il 60 per cento della Striscia e proseguono le operazioni contro le infrastrutture di Hamas, sostenendo che l’organizzazione stia tentando di ricostruire tunnel e capacità militari anche durante la tregua. Nelle aree ancora fuori dal controllo israeliano, secondo numerose fonti, Hamas continua a esercitare un’autorità di fatto e a reprimere con durezza ogni forma di opposizione.

La questione della futura governance di Gaza resta quindi il principale ostacolo alla piena attuazione dell’accordo di pace. Israele esclude qualsiasi ritorno di Hamas al potere e guarda con diffidenza anche a un trasferimento diretto delle competenze all’Autorità Palestinese di Ramallah. Il modello del comitato tecnico rappresenta, almeno sulla carta, una possibile via d’uscita. Per trasformarlo in una soluzione reale servirà però il passaggio che Hamas continua a evitare. La rinuncia al controllo delle armi resta la condizione dalla quale dipende l’intero processo politico e, finché questo nodo non verrà sciolto, ogni annuncio rischia di rimanere soltanto un passo incompleto.