Home > Attualità > Emanuel rompe con Netanyahu e guarda alla Casa Bianca

Emanuel rompe con Netanyahu e guarda alla Casa Bianca

L’ex ambasciatore Usa in Giappone critica duramente il governo israeliano, difende lo Stato palestinese e avverte che il rapporto fra Israele e Stati Uniti sta entrando in una fase di crisi

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
Emanuel rompe con Netanyahu e guarda alla Casa Bianca

Rahm Emanuel ha scelto Tel Aviv per pronunciare quello che molti osservatori americani considerano il suo primo vero discorso da candidato alla Casa Bianca. L’ex capo dello staff di Barack Obama, già sindaco di Chicago e ambasciatore degli Stati Uniti in Giappone, ha lanciato un duro atto d’accusa contro Benjamin Netanyahu, sostenendo che Israele stia vivendo il momento di maggiore isolamento internazionale dalla sua nascita. Ma, nello stesso tempo, ha voluto marcare una netta distanza dall’ala radicale del Partito democratico, arrivando a dire personalmente al sindaco di New York Zohran Mamdani che lo slogan “From the river to the sea” significa, ai suoi occhi, invocare la distruzione del popolo ebraico.

Le dichiarazioni sono emerse durante una lunga intervista concessa al Jerusalem Post, all’indomani del suo intervento all’Università di Tel Aviv, dove Emanuel ha delineato quella che potrebbe diventare la piattaforma di politica estera di una futura candidatura presidenziale.

Figlio di un israeliano che combatté nella Guerra d’Indipendenza del 1948, Emanuel appartiene da sempre alla corrente filoisraeliana del Partito democratico. Proprio per questo le sue critiche assumono un peso particolare. Secondo l’ex sindaco di Chicago, il governo Netanyahu avrebbe progressivamente compromesso il patrimonio diplomatico costruito da Israele in decenni di relazioni con gli Stati Uniti e con l’Europa, affidandosi quasi esclusivamente alla forza militare e trascurando gli strumenti politici, economici e culturali della propria strategia internazionale.

La parte più interessante dell’intervista riguarda però il rapporto con la sinistra americana. Emanuel racconta di avere incontrato privatamente Zohran Mamdani, il sindaco democratico socialista di New York diventato uno dei simboli dell’antisionismo negli Stati Uniti. In quell’occasione, afferma, gli avrebbe detto con estrema chiarezza che lo slogan “Dal fiume al mare” non rappresenta una semplice rivendicazione politica, bensì l’idea della cancellazione di Israele e, di conseguenza, del popolo ebraico. Una presa di posizione destinata a distinguere Emanuel dall’ala progressista del suo partito, che su quel linguaggio ha spesso mantenuto un atteggiamento ambiguo.

Le distanze, però, riemergono immediatamente quando si affronta il futuro del conflitto israelo-palestinese. Emanuel sostiene apertamente la creazione di uno Stato palestinese, pur subordinandola al riconoscimento del legame storico del popolo ebraico con la Terra d’Israele, alla fine dell’incitamento all’odio e all’abbandono di ogni forma di sostegno economico agli autori di attentati terroristici. Parallelamente propone una versione aggiornata del processo di pace, coinvolgendo in maniera diretta tutti i Paesi della Lega Araba in quella che definisce una soluzione regionale.

Sul piano pratico, le sue posizioni sono ancora più controverse. Emanuel difende la scelta dell’amministrazione Biden di utilizzare anche le forniture militari come strumento di pressione politica nei confronti di Israele e afferma che, se avesse responsabilità di governo, sosterrebbe sanzioni contro i coloni responsabili di violenze, contro i funzionari che le favoriscono e perfino contro imprese e istituti bancari coinvolti nello sviluppo degli insediamenti in Cisgiordania. Una linea destinata a suscitare forti resistenze sia in Israele sia in larga parte dell’ebraismo organizzato americano.

Altrettanto significativa è la sua presa di distanza dall’American Israel Public Affairs Committee, la più influente organizzazione filoisraeliana di Washington. Emanuel ha dichiarato che, in caso di candidatura presidenziale, non accetterebbe il sostegno politico di AIPAC, confermando il tentativo di collocarsi in una posizione autonoma rispetto ai tradizionali equilibri della politica americana sul Medio Oriente.

Le sue parole fotografano una trasformazione profonda. Per decenni Israele ha potuto contare su un consenso quasi bipartisan negli Stati Uniti. Oggi quel consenso si sta progressivamente restringendo, soprattutto tra gli elettori democratici più giovani, mentre il sostegno repubblicano resta molto forte ma rischia di accentuare la polarizzazione politica attorno allo Stato ebraico.

Che Rahm Emanuel riesca o meno a conquistare la nomination democratica per il 2028 è ancora tutto da vedere. Una cosa, però, appare già evidente. Il dibattito sul futuro delle relazioni fra Stati Uniti e Israele si giocherà sempre meno sul sostegno incondizionato e sempre più sulla capacità di conciliare sicurezza, diplomazia e consenso politico interno. Ed è proprio su questo terreno che l’ex sindaco di Chicago ha deciso di misurarsi.