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L’America cambia. Israele rischia di perdere il suo alleato

L’allarme di Rahm Emanuel e la svolta della politica americana: cresce, in entrambi i partiti, la distanza da Israele. Un cambiamento che Gerusalemme non può più permettersi di ignorare

Daniel Bettini

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L'America cambia. Israele rischia di perdere il suo alleato

Rahm Emanuel è stato in passato capo dello staff del presidente Barack Obama e successivamente consigliere politico di primo piano del presidente Joe Biden. È stato sindaco di Chicago e, più recentemente, ambasciatore degli Stati Uniti in Giappone. Emanuel è uno degli esponenti di maggior rilievo del Partito Democratico e sta valutando seriamente una candidatura alla presidenza nelle prossime elezioni.

Di lui si possono dire molte cose, ma certamente non che sia un nemico di Israele o un antisionista. Anzi. Emanuel è figlio di un padre israeliano nato a Gerusalemme, che ha combattuto nell’Irgun. Ha respirato il sionismo fin da bambino ed è cresciuto in una famiglia ebraica calorosa e profondamente legata a Israele. Proprio per questo le parole durissime e il grave monito che ha lanciato negli ultimi giorni sul futuro delle relazioni tra Stati Uniti e Israele dovrebbero risuonare in ogni casa e in ogni corridoio della politica israeliana.

Emanuel, considerato parte dell’ala moderata del Partito Democratico, esprime idee che da tempo sono ormai diventate quasi il tema centrale del partito, tanto nel dibattito pubblico quanto nelle recenti elezioni primarie in vista delle elezioni di metà mandato. In una serie di interviste rilasciate ai media israeliani ha avvertito che «Israele non ha un problema con il Partito Democratico, ma con gli Stati Uniti», aggiungendo: «Avete un problema con l’America. L’opposizione a Israele attraversa gli schieramenti politici. Tra la generazione del futuro, gli americani di trent’anni e meno, non avete praticamente alcun consenso».Secondo Emanuel, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rinunciato a tre dei quattro strumenti di cui disponeva la sua strategia di sicurezza nazionale: la politica economica, l’influenza politica e l’attrattiva culturale. Ha puntato tutto sulla forza militare. Emanuel ha inoltre chiarito che, dal 7 ottobre, Israele ha perso l’Europa e gli Stati Uniti, «ma ha guadagnato il Somaliland».

Anche lui, come molti altri esponenti del Partito Democratico, e non solo, sostiene che gli Stati Uniti debbano cambiare nel prossimo futuro il loro rapporto speciale con Israele e finirla di riservargli un trattamento diverso rispetto a quello accordato a qualsiasi altro alleato nel mondo. Emanuel chiede di porre fine ai finanziamenti automatici destinati alla sicurezza di Israele, in vigore da decenni, e ritiene che Israele debba acquistare dagli Stati Uniti le armi e tutto ciò di cui ha bisogno alle stesse condizioni previste per qualunque altro Paese.

La richiesta di interrompere il finanziamento di Israele e di mettere fine allo storico rapporto privilegiato tra le amministrazioni americane e lo Stato ebraico, consolidatosi nel corso delle generazioni, è ormai diventata una delle rivendicazioni quasi esclusive che oggi si ascoltano negli Stati Uniti da ogni tribuna politica. L’atteggiamento verso Israele e la critica aperta e pubblica nei suoi confronti sono diventati il tema che più di ogni altro ha determinato l’esito delle recenti elezioni primarie per il Congresso a New York, in Colorado e in altri Stati.

Quasi tutti i candidati progressisti che hanno espresso le critiche più dure nei confronti di Israele hanno ottenuto la vittoria. L’onda rappresentata da Zohran Mamdani attraversa ormai i corridoi del Partito Democratico e, come una valanga, lui, i suoi sostenitori e quanti condividono le sue posizioni stanno conquistando sempre più centri di potere. È un fenomeno estremamente preoccupante in vista delle prossime elezioni.

Sembra che, dal punto di vista israeliano, il Partito Democratico sia ormai quasi completamente perduto. Persino candidati ebrei progressisti che hanno vinto le primarie hanno sentito il bisogno di precisare che il fatto di essere ebrei non significa affatto dover sostenere Israele.Tra i giovani candidati democratici usciti vincitori dalle ultime primarie vi sono anche persone che non si limitano a criticare apertamente Israele, ma lo odiano dichiaratamente, chiedono di interrompere ogni rapporto con esso e di cessare qualsiasi forma di assistenza, perfino quella destinata alla difesa.Tra questi figurano anche candidati che non riconoscono il diritto di Israele a esistere. Una di loro, la più radicale, Darieliza Avila Chevalier, è stata tra le principali promotrici delle proteste nei campus americani dopo il massacro del 7 ottobre contro Israele e, già l’8 ottobre, partecipò a una manifestazione nella quale giustificò, o quantomeno mostrò comprensione, per le atrocità commesse dai terroristi di Hamas.

Tutti i candidati dell’establishment moderato sono stati sconfitti e, per gli elettori ebrei sionisti americani, questo rappresenta un gravissimo segnale d’allarme.Ma, come detto, il problema non riguarda soltanto il Partito Democratico. Anche il Partito Repubblicano è ormai profondamente diviso sul rapporto con Israele. Mentre l’establishment conservatore tradizionale e moderato continua a mantenere un atteggiamento favorevole allo Stato ebraico, un numero crescente di figure di primo piano del mondo MAGA legato a Donald Trump prende apertamente posizione contro Israele, contro gli ebrei e, più in generale, contro quello che considera il trattamento privilegiato di cui Israele godrebbe.

Esponenti del partito accusano ormai apertamente Trump di aver permesso a Netanyahu e a Israele di trascinare gli Stati Uniti in una guerra costosa e inutile contro l’Iran. Questo, a loro giudizio, crea un terreno fertile per teorie del complotto antisemite e antisioniste, alimentate da figure molto influenti del mainstream della destra americana, come Tucker Carlson. Per decenni gli Stati Uniti hanno garantito a Israele un sostegno bipartisan stabile. Dallo scoppio della guerra a Gaza, però, il quadro non è più così netto. Un nuovo sondaggio AP-NORC, pubblicato il 7 luglio, mostra dati preoccupanti e un drastico indebolimento del sostegno da parte dello storico alleato di Israele.

Il sondaggio rileva che circa un terzo degli adulti americani, compresa circa la metà degli elettori democratici, ritiene che Israele abbia commesso un genocidio contro i palestinesi di Gaza, accusa formulata da diverse organizzazioni per i diritti umani e respinta con fermezza sia da Israele sia dal governo degli Stati Uniti. Due americani su dieci affermano invece che Israele non abbia commesso un genocidio, mentre gli altri, circa la metà degli intervistati, dichiarano di non avere informazioni sufficienti per esprimere un giudizio. Una percentuale analoga, pari al 30%, si riscontra anche tra gli ebrei americani, mentre circa il 49% ritiene che Israele non abbia commesso un genocidio.

Dopo il massacro del 7 ottobre perpetrato da Hamas e dopo quasi tre anni di guerra, durante i quali, secondo i dati del ministero della Salute della Striscia di Gaza, controllato dall’organizzazione terroristica Hamas, sono morte oltre 73.000 persone, la simpatia dell’opinione pubblica americana si è progressivamente spostata verso i palestinesi. Dal sondaggio emerge inoltre che molti americani, circa quattro su dieci, dichiarano di non sapere abbastanza per stabilire se la risposta militare immediata di Israele all’attacco di Hamas o le operazioni militari condotte successivamente siano state giustificate.

Tra coloro che hanno espresso un’opinione, la maggioranza ritiene che la risposta iniziale fosse giustificata, ma la maggioranza giudica ingiustificate le operazioni militari attualmente in corso. Circa tre quarti degli ebrei americani considerano giustificata la risposta iniziale di Israele, ma soltanto quattro su dieci esprimono lo stesso giudizio sulle operazioni ancora in corso. Oggi il 58% degli elettori democratici afferma che gli Stati Uniti «sostengono troppo» Israele, in aumento rispetto al 45% rilevato dal sondaggio AP-NORC del gennaio 2024, quando Joe Biden era ancora presidente. Tra gli ebrei democratici la percentuale raggiunge il 51%.

Nel Partito Repubblicano soltanto una minoranza, pari al 13%, definisce «genocidio» le azioni di Israele, anche se esiste un marcato divario generazionale. Circa il 20% dei repubblicani con meno di 45 anni ritiene che Israele abbia commesso un genocidio, mentre tra gli over 45 la percentuale scende al 10%. Nel complesso, il 60% degli elettori repubblicani considera «più o meno adeguato» il sostegno degli Stati Uniti a Israele. Soltanto il 20% ritiene invece che Washington sostenga Israele in misura eccessiva, anche se questa percentuale aumenta tra i repubblicani con meno di 45 anni. Il sondaggio ha inoltre rivelato che, tra gli ebrei democratici, Zohran Mamdani gode oggi di una popolarità persino superiore a quella del primo ministro Netanyahu.

La situazione è grave e molto preoccupante. Israele deve svegliarsi al più presto e fare tutto il possibile per cercare di correggere una traiettoria che appare ormai pericolosa e forse perfino irreversibile. Non tutto dipende da Israele. Ma l’attuale governo, così come quello che uscirà dalle prossime elezioni, avrà un compito decisivo: cercare di ricucire il rapporto con la futura classe dirigente americana, con quella che sarà la nuova generazione di leadership degli Stati Uniti. Potrebbe volerci moltissimo tempo. Ma Israele dovrà necessariamente provarci.