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Iran, condannata a morte a 23 anni per un post sui social

Una studentessa rischia l’impiccagione per presunte offese al Profeta. Il caso di Najmeh Amini denuncia la repressione della libertà di espressione nella Repubblica islamica

Paolo Montesi

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Iran, condannata a morte a 23 anni per un post sui social

A ventitré anni, Najmeh Amini aspetta di sapere se verrà impiccata per alcune frasi pubblicate sui social network. Nessuno, al di fuori delle autorità iraniane e di chi ha avuto accesso al fascicolo giudiziario, sembra conoscere con certezza il contenuto di quei messaggi. Eppure sono bastati a un tribunale della Repubblica islamica per condannare a morte una studentessa di contabilità, accusata di aver insultato il profeta Maometto. La sua ultima speranza è affidata alla Corte suprema, chiamata a pronunciarsi su una sentenza che ha suscitato l’allarme delle organizzazioni per i diritti umani.

Il caso è emerso grazie alle denunce degli attivisti e a un messaggio vocale che la giovane è riuscita a far uscire dal carcere di Vakilabad, nella città di Mashhad. «Sono una ragazza innocente con tante speranze e sogni. Ho dei genitori che mi aspettano», ha dichiarato, chiedendo l’intervento delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali. Parole pronunciate pochi giorni dopo aver appreso che lo Stato intende toglierle la vita.

Najmeh era stata arrestata il 31 gennaio 2026 nel bazar Ferdowsi, durante la repressione delle proteste antigovernative. Secondo l’organizzazione curda per i diritti umani Hengaw, avrebbe trascorso tre mesi in isolamento, sottoposta a pressioni per ottenere una confessione. Gli investigatori avrebbero esaminato i suoi account alla ricerca di contenuti utilizzabili come prove.
Oltre alla pena capitale per blasfemia, le sono stati inflitti dodici anni, sei mesi e un giorno di reclusione per accuse legate alla propaganda e alla sicurezza nazionale. Una combinazione di imputazioni che mostra quanto possa essere esteso, nel sistema giudiziario iraniano, il ricorso alle norme penali contro il dissenso.

La vicenda presenta un particolare inquietante. Secondo quanto riferito dal quotidiano iraniano Khorasan, durante il processo la ragazza avrebbe sostenuto di aver scritto i messaggi sotto l’effetto di sostanze allucinogene. La legislazione iraniana contempla circostanze nelle quali l’assenza di intenzionalità può escludere la pena capitale per blasfemia. Il giudice, tuttavia, avrebbe respinto la spiegazione, domandandosi perché, in quello stato, la giovane avesse rivolto le proprie offese al Profeta anziché all’America o a Israele.
È una domanda che rivela quanto la valutazione giudiziaria possa intrecciarsi con i riferimenti ideologici della Repubblica islamica. Resta inoltre impossibile stabilire in quali condizioni siano state rese le dichiarazioni dell’imputata, considerando le ripetute denunce di confessioni estorte nelle carceri iraniane.

La condanna, pronunciata il 16 settembre, arriva in un periodo segnato dall’intensificazione delle esecuzioni e dall’inasprimento della repressione. Iran Human Rights denuncia il crescente impiego della pena capitale contro persone accusate di aver espresso opinioni considerate ostili alle autorità. Nel 2023 due uomini erano già stati giustiziati per blasfemia. Il timore è che il caso Amini apra la strada a un utilizzo ancora più esteso di questa imputazione contro chi si esprime attraverso Internet.

Il direttore dell’organizzazione, Mahmood Amiry-Moghaddam, ha avvertito che una reazione internazionale insufficiente potrebbe incoraggiare ulteriori condanne a morte per manifestazioni pacifiche del pensiero. Il destino della studentessa dipende adesso dalla decisione della Corte suprema e dalla pressione che la comunità internazionale saprà esercitare sulle autorità iraniane.

Dal carcere di Mashhad, Najmeh ha chiesto soprattutto una cosa, che la sua voce venga ascoltata. Per una ragazza di ventitré anni, nella Repubblica islamica, persino questo elementare desiderio può diventare una questione di vita o di morte.