È uscito dal carcere di Evin, ma non è ancora libero. Kamran Hekmati, ebreo iraniano-americano residente da anni negli Stati Uniti, è stato rilasciato il 5 settembre dalla famigerata prigione di Teheran dopo aver scontato circa metà della condanna a due anni inflittagli dalle autorità iraniane. Il regime, tuttavia, gli impedisce ancora di lasciare il Paese.
La famiglia teme soprattutto per le sue condizioni di salute. Hekmati ha avuto un tumore alla vescica e necessita di controlli medici regolari per verificare che la malattia non si ripresenti. «Al regime iraniano non potrebbe importare di meno», hanno scritto i familiari sul sito creato per sostenerne la liberazione.
Secondo la famiglia, il suo caso rientra in una pratica utilizzata da anni dalla Repubblica islamica: arrestare cittadini americani o con doppia nazionalità e trasformarli in strumenti di pressione nelle trattative con Washington.
Hekmati, gioielliere nel Diamond District di Manhattan, aveva vissuto per anni con la famiglia a Great Neck Estates, a Long Island. Il suo passaporto era stato sequestrato nel maggio 2025, mentre cercava di lasciare Teheran. Due mesi dopo era stato arrestato.
Nell’agosto dello stesso anno un Tribunale rivoluzionario iraniano lo aveva condannato inizialmente a quattro anni di carcere. La pena era stata poi ridotta a due anni. La famiglia aveva chiesto che fosse liberato per ragioni umanitarie proprio a causa del tumore.Al centro dell’accusa c’era un viaggio in Israele.Le autorità avevano scoperto che Hekmati possedeva ancora un passaporto iraniano, benché si fosse trasferito negli Stati Uniti da bambino. L’Iran non riconosce la doppia cittadinanza e vieta ai propri cittadini di recarsi in Israele.
Secondo i familiari, Hekmati è stato incriminato in base a una legge che vieta agli iraniani di aver visitato Israele nei dieci anni precedenti. C’è però un particolare decisivo: l’ultimo viaggio di Hekmati in Israele risaliva a tredici anni prima. Vi si era recato per celebrare il bar mitzvah del figlio. La famiglia sostiene inoltre che quel viaggio fosse avvenuto prima dell’entrata in vigore della norma utilizzata per condannarlo.
«Il signor Hekmati non ha fatto nulla di male», ha dichiarato il deputato democratico Thomas Suozzi, che rappresenta Long Island e si è impegnato perché il Dipartimento di Stato americano riconoscesse ufficialmente Hekmati come cittadino detenuto ingiustamente. «Non possiamo fermarci finché non sarà riunito alla sua famiglia».Il riconoscimento è arrivato nel marzo scorso e ha affidato il caso all’ufficio del Dipartimento di Stato che si occupa degli ostaggi americani all’estero.
La liberazione da Evin rappresenta dunque soltanto un primo passo. Le autorità iraniane non gli hanno ancora restituito il passaporto e non è stato reso noto dove si trovi attualmente. La cugina Shohreh Nowfar, che vive in California, ha raccontato che la famiglia è felice per la scarcerazione e spera che Teheran consenta presto a Hekmati di tornare negli Stati Uniti.Anche il Dipartimento di Stato ha chiesto all’Iran di revocare immediatamente il divieto di espatrio.
Il caso Hekmati si inserisce in una storia ormai lunga di cittadini occidentali e con doppia nazionalità arrestati dalla Repubblica islamica. I governi occidentali accusano da anni Teheran di utilizzare imputazioni pretestuose per ottenere concessioni politiche o finanziarie. L’Iran respinge queste accuse.
Tra gli americani ancora detenuti c’è il giornalista iraniano-americano Reza Valizadeh, ex collaboratore di Radio Farda, il servizio in lingua persiana finanziato dagli Stati Uniti. Fuggito dall’Iran nel 2009 dopo aver raccontato le proteste a favore della democrazia, era diventato cittadino americano nel 2022. Tornato in Iran nel 2024 per visitare gli anziani genitori, è stato arrestato e successivamente condannato a dieci anni con l’accusa di collaborazione con il governo statunitense.
Washington considera anche lui detenuto ingiustamente. Secondo Kieran Ramsey, responsabile investigativo dell’organizzazione americana Global Reach, fino ad altri otto cittadini statunitensi, i cui nomi non sono stati resi pubblici, sarebbero sottoposti a divieti di espatrio dall’Iran.
I precedenti spiegano le preoccupazioni della famiglia Hekmati. Nel settembre 2023 Teheran liberò cinque americani nell’ambito di un accordo con Washington che comportò anche il trasferimento di quasi sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati verso conti sottoposti a restrizioni in Qatar e la liberazione di cinque iraniani detenuti negli Stati Uniti.
Un altro scambio era avvenuto nel 2016, quando l’Iran aveva liberato quattro cittadini con doppia nazionalità, tra i quali il giornalista del Washington Post Jason Rezaian e l’ex marine americano Amir Hekmati, che non ha legami di parentela con Kamran.Per Kamran Hekmati, dunque, le porte di Evin si sono finalmente aperte. Quelle dell’Iran restano ancora chiuse.