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Iran, il dubbio sull’uranio entra nel palazzo

Il figlio e consigliere di Pezeshkian mette in discussione l’arricchimento e scatena la reazione dei conservatori mentre il Paese paga il prezzo della guerra

Paolo Montesi

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Iran, il dubbio sull’uranio entra nel palazzo
Iimmagine generata con AI

«La nostra sopravvivenza non dipende dall’arricchimento. Se smettiamo di arricchire uranio, non moriremo». A pronunciare parole che fino a poco tempo fa sarebbero state difficilmente immaginabili ai vertici della Repubblica islamica è Yousef Pezeshkian, figlio e consigliere per i media del presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Il suo intervento ha trasformato una discussione sulla convenienza del programma nucleare in uno scontro politico che investe direttamente il governo e riguarda ormai la strategia che Teheran dovrà seguire dopo mesi di guerra e pesantissime conseguenze economiche.

La polemica era cominciata con Mohammad Jafar Ghaempanah, vicepresidente esecutivo e stretto collaboratore del presidente, che aveva invitato a valutare il costo reale dell’arricchimento. Se perseguire un determinato obiettivo comporta nuovi bombardamenti contro industrie, raffinerie, strade e infrastrutture elettriche, aveva osservato, occorre chiedersi quale prezzo il Paese sia disposto a pagare.

Yousef Pezeshkian è andato oltre. In alcuni messaggi pubblicati su Instagram ha scritto che l’arricchimento dell’uranio «non è un principio religioso, non rappresenta il nostro onore e la nostra sopravvivenza non dipende da esso». L’Iran, ha aggiunto, dovrebbe sviluppare arricchimento, missili e droni nella misura in cui queste capacità rispondano concretamente ai suoi interessi. Una formulazione prudente, accompagnata dal riconoscimento dell’autorità della Guida suprema e del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, che tuttavia ha infranto uno dei tabù più resistenti della politica iraniana.

Per anni Teheran ha presentato il diritto all’arricchimento sul proprio territorio come una questione di sovranità nazionale sulla quale ogni arretramento avrebbe significato capitolazione davanti all’Occidente. La guerra ha cambiato i termini della discussione. Gli attacchi israeliani e statunitensi hanno mostrato la vulnerabilità delle infrastrutture strategiche iraniane, mentre sanzioni, blocchi commerciali, inflazione e crollo del rial hanno aggravato una situazione economica già difficile. Alla fine di agosto lo stesso presidente Pezeshkian ha riconosciuto pubblicamente la gravità delle condizioni del Paese.

È dentro questa realtà che una parte del campo riformista comincia a formulare una domanda molto semplice e, proprio per questo, esplosiva. Quanto costa all’Iran mantenere una capacità di arricchimento che attira attacchi militari, isolamento internazionale e nuove sanzioni?

La risposta del fronte conservatore è stata violentissima. Kayhan, quotidiano vicino all’ala più intransigente del regime, ha definito le posizioni di Ghaempanah e Pezeshkian «sovversive» e ha accusato i loro sostenitori di appartenere a una corrente della resa. Yadollah Javani, responsabile politico aggiunto dei Guardiani della rivoluzione, ha respinto l’idea che un abbandono dell’arricchimento possa ridurre la pressione occidentale, sostenendo che nucleare, missili, diritti umani e alleanze regionali costituiscano soltanto diversi strumenti utilizzati dai nemici dell’Iran per contenere la Repubblica islamica.

Ancora più significativa è la tesi avanzata dal quotidiano conservatore Khorasan, secondo cui continuare ad arricchire uranio conserverebbe a Teheran la possibilità di modificare in futuro la propria dottrina nucleare e contribuirebbe a mantenere una forma di ambiguità strategica. Nel dibattito è ricomparso persino il riferimento alle cosiddette «bombe sporche», segno di quanto la guerra abbia riportato al centro della politica iraniana la questione dell’arma atomica.

Dietro lo scontro sull’uranio se ne intravede dunque uno assai più profondo. Per i falchi, le sconfitte e i danni subiti dimostrano che l’Iran deve rafforzare le proprie capacità strategiche, perché qualsiasi concessione incoraggerebbe Washington e Gerusalemme a pretendere quella successiva. Per i riformisti che sostengono Pezeshkian, continuare lungo la stessa strada rischia invece di sacrificare infrastrutture, economia e popolazione a obiettivi la cui utilità deve essere nuovamente valutata.

Il presidente, intanto, continua a lasciare aperto il canale diplomatico. Il 1° settembre, al vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai a Bishkek, Masoud Pezeshkian ha dichiarato che Teheran è pronta a rispettare gli impegni previsti dall’intesa provvisoria con Washington qualora gli Stati Uniti facciano altrettanto.

È presto per stabilire se le parole di suo figlio anticipino una svolta oppure rappresentino soltanto la posizione di una componente del governo. Un dato, però, è già evidente. L’arricchimento dell’uranio, per decenni trasformato dalla Repubblica islamica in simbolo intoccabile di orgoglio nazionale, può ormai essere discusso apertamente dentro lo stesso sistema di potere. Dopo la guerra, anche in Iran alcune certezze hanno cominciato a costare troppo.