L’Iran cambia ancora uomini al vertice della sicurezza mentre intorno alla Guida suprema Mojtaba Khamenei continua a pesare un’incertezza che il regime, anziché dissipare, sembra alimentare con i propri tentativi di rassicurare il Paese. Mohsen Rezaei, storico comandante dei Guardiani della rivoluzione e uno degli uomini più esperti dell’apparato iraniano, è stato nominato segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, organismo centrale nelle decisioni strategiche della Repubblica islamica.
Rezaei prende il posto di Mohammad Bagher Zolghadr, che aveva assunto l’incarico soltanto nel marzo scorso dopo la morte di Ali Larijani. Zolghadr resta tuttavia all’interno del sistema, essendo stato trasferito nell’ufficio della Guida suprema come consigliere politico. Più che un’epurazione, dunque, il cambiamento segnala un nuovo assestamento dei rapporti di forza dentro una dirigenza sottoposta a pressioni eccezionali.
Il nuovo segretario ha 71 anni ed è una delle figure storiche del regime nato dalla rivoluzione del 1979. Guidò i Guardiani della rivoluzione dal 1981 al 1997, attraversando l’intera guerra contro l’Iraq, e da allora è rimasto ai vertici della Repubblica islamica ricoprendo incarichi politici e istituzionali. Ha tentato più volte, senza successo, la corsa alla presidenza ed è stato a lungo segretario del Consiglio per il discernimento. La sua esperienza, i legami costruiti nell’apparato militare e la capacità di muoversi fra le diverse componenti del potere gli conferiscono un peso assai superiore a quello del predecessore.
La nomina sembra per questo indicare un ulteriore rafforzamento della componente legata ai Pasdaran in una fase nella quale l’Iran deve ridefinire la propria strategia dopo le guerre degli ultimi anni e le perdite subite ai vertici politici e militari. Rezaei appartiene all’ala dura della Repubblica islamica, sebbene il suo lungo percorso mostri anche una notevole capacità di adattamento agli equilibri interni. Più che un ideologo isolato, è un uomo di sistema che conosce profondamente i meccanismi attraverso i quali vengono prese le decisioni a Teheran.
Dietro questo riassetto rimane però la questione più delicata. Mojtaba Khamenei, succeduto al padre Ali alla guida della Repubblica islamica nel marzo scorso, continua a non apparire pubblicamente con la regolarità che ci si aspetterebbe dal detentore della massima autorità politica e religiosa iraniana. Proprio negli ultimi giorni gli organi ufficiali hanno diffuso informazioni su un suo incontro con il presidente Masoud Pezeshkian e hanno rilanciato immagini precedenti della Guida suprema, nel tentativo evidente di mostrare che Khamenei è vivo, attivo e in grado di esercitare le proprie funzioni.
Il problema è che l’insistenza stessa delle rassicurazioni finisce per mostrare quanto la questione sia diventata sensibile. L’assenza prolungata di Khamenei dalla scena pubblica ha alimentato interrogativi sulle sue condizioni e, soprattutto, sulla sua effettiva capacità di controllare un sistema nel quale convivono la presidenza, i Guardiani della rivoluzione, il Parlamento, gli apparati religiosi e di sicurezza e numerosi centri informali di influenza.
Il presidente Pezeshkian rappresenta la componente relativamente più pragmatica, mentre il comandante dei Pasdaran Ahmad Vahidi e altri esponenti dell’apparato militare spingono verso una linea più rigida. Anche il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf dispone di una propria rete di potere. In un sistema costruito intorno all’autorità superiore della Guida, ogni dubbio sulla capacità di quest’ultima di arbitrare i conflitti apre inevitabilmente spazio alla competizione fra gli altri protagonisti.
È questo che rende significativa la scelta di Rezaei. Un veterano dei Pasdaran torna nel cuore della macchina decisionale proprio mentre il regime ha bisogno di ristabilire gerarchie e disciplina.
La Repubblica islamica ha superato in passato crisi profonde e feroci scontri interni. Stavolta, però, deve affrontare contemporaneamente una pressione militare esterna, difficoltà economiche e una redistribuzione del potere successiva alla scomparsa della vecchia generazione dirigente. Finché Mojtaba Khamenei resterà una presenza soprattutto raccontata dai comunicati ufficiali, ogni nuova nomina al vertice avrà inevitabilmente una seconda lettura. A Teheran si decide chi occupa una carica, mentre dietro quella decisione si combatte una partita assai più importante su chi, oggi, possieda davvero il potere.