La guerra contro l’Iran sta mettendo alla prova anche l’unità delle monarchie del Golfo. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrain e Oman condividono un obiettivo immediato, riportare la sicurezza nello Stretto di Hormuz e impedire che il conflitto comprometta ulteriormente le loro economie. Dietro le dichiarazioni comuni del Consiglio di cooperazione del Golfo, GCC, emergono però strategie differenti su come trattare con Teheran e su quanto affiancarsi agli Stati Uniti.
Le divergenze sono diventate più evidenti con il prolungarsi della guerra. Dopo tredici notti consecutive di bombardamenti, Washington ha temporaneamente sospeso gli attacchi contro l’Iran e anche il Golfo ha conosciuto una breve tregua dalle rappresaglie iraniane. Nelle settimane precedenti Teheran aveva colpito diversi Paesi della regione, mentre gli Houthi dello Yemen, suoi alleati, avevano aperto un nuovo fronte contro interessi sauditi nel Mar Rosso. Il 23 luglio i sei membri del GCC e la Giordania hanno nuovamente condannato insieme gli attacchi iraniani contro territori e infrastrutture civili.
La compattezza delle dichiarazioni ufficiali nasconde priorità molto diverse. Secondo un’analisi pubblicata da Politico, gli Emirati rappresentano il polo più favorevole a una linea dura verso Teheran, mentre l’Oman continua a privilegiare il negoziato. Il Qatar, forte della propria tradizione di mediazione, mantiene aperti i canali diplomatici. L’Arabia Saudita si colloca in una posizione intermedia, determinata anche dall’esigenza di proteggere le proprie infrastrutture energetiche e impedire che il conflitto torni a investire direttamente il Regno.
La geografia contribuisce a spiegare queste differenze. Arabia Saudita, Emirati e Oman dispongono di infrastrutture che consentono almeno in parte di esportare petrolio aggirando Hormuz. Qatar, Kuwait e Bahrain dipendono invece molto più direttamente dal passaggio attraverso lo Stretto. Per Doha la questione è particolarmente delicata, perché gran parte delle esportazioni di gas naturale liquefatto passa proprio da quella strettoia.
La chiusura o la forte limitazione della navigazione ha già prodotto conseguenze economiche pesanti. Secondo Reuters, le previsioni elaborate a luglio indicano per gran parte delle economie del Golfo una contrazione nel 2026 superiore alle stime formulate prima della crisi, mentre la riduzione dei traffici attraverso Hormuz continua a condizionare il mercato energetico internazionale.
Abu Dhabi ha reagito accelerando la costruzione di un nuovo oleodotto verso Fujairah, sull’Oceano Indiano, che dovrebbe aumentare sensibilmente la quantità di greggio esportabile senza attraversare Hormuz. Il progetto dovrebbe entrare in funzione nel 2027. Anche il Kuwait sta valutando soluzioni che permettano di utilizzare infrastrutture saudite ed emiratine.
Il problema è che neppure le vie alternative garantiscono ormai sicurezza. Gli Houthi hanno minacciato le esportazioni saudite attraverso il Mar Rosso e negli ultimi giorni alcune petroliere hanno modificato la propria rotta dopo l’apertura di questo nuovo fronte. La possibilità di aggirare Hormuz perde parte del proprio valore se anche Bab el-Mandeb e le rotte occidentali diventano vulnerabili.
Le divisioni hanno radici precedenti alla guerra. Il GCC nacque nel 1981 proprio mentre la guerra tra Iran e Iraq sconvolgeva la regione, e da allora ha cercato di costruire una risposta comune alle minacce esterne. Le rivalità tra i suoi membri, tuttavia, sono periodicamente esplose, come durante il lungo embargo imposto al Qatar da Arabia Saudita, Emirati, Bahrain ed Egitto, conclusosi soltanto nel 2021. Riyad e Abu Dhabi hanno inoltre interessi divergenti nello Yemen e sostengono schieramenti differenti nella guerra civile sudanese.
La crisi iraniana ha riportato queste differenze in primo piano proprio quando Washington vorrebbe interlocutori regionali capaci di sostenere una soluzione stabile. A giugno il segretario di Stato Marco Rubio ha incontrato i rappresentanti del Golfo mentre gli Stati Uniti cercavano di consolidare un accordo con Teheran. Le monarchie hanno chiesto di essere direttamente coinvolte in qualsiasi futura intesa che riguardi la sicurezza regionale e Hormuz.
Su un punto, tuttavia, l’accordo esiste. Nessuno nel Golfo vuole una guerra permanente con l’Iran e nessuno può permettersi che Hormuz rimanga a lungo insicuro. Il problema comincia quando si deve decidere come arrivarci. Oman e Qatar continuano a scommettere soprattutto sulla mediazione, gli Emirati considerano indispensabile una pressione molto più forte e l’Arabia Saudita cerca di mantenere aperte entrambe le possibilità.
La guerra ha quindi prodotto un paradosso. Le monarchie arabe sono oggi accomunate più che mai dalla stessa minaccia e dagli stessi rischi economici, mentre la risposta a quella minaccia continua a dividerle. Nel Golfo esiste una necessità crescente di coordinamento. Una vera politica comune verso l’Iran rimane ancora lontana.