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In Iran torna il terrore delle impiccagioni

Testimonianze raccolte dall’interno del Paese raccontano controlli sui telefoni, pattuglie armate nelle città e una nuova ondata di esecuzioni mentre cresce la rabbia contro la Repubblica islamica

Shira Navon

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In Iran torna il terrore delle impiccagioni

Le esecuzioni capitali sono tornate a scandire la repressione della Repubblica islamica. L’impiccagione di due persone coinvolte nelle proteste di Isfahan ha riacceso la paura di una nuova stretta contro il dissenso, mentre da diverse città iraniane arrivano testimonianze che descrivono un clima sempre più soffocante, fatto di controlli capillari, arresti arbitrari e presenza costante delle forze di sicurezza.

Secondo racconti raccolti da fonti giornalistiche all’interno dell’Iran, nelle ultime settimane le autorità hanno rafforzato la sorveglianza nei luoghi pubblici, in particolare nella metropolitana di Teheran, dove agenti e pattuglie dedicate al controllo dell’hijab fermerebbero i passeggeri per ispezionare i telefoni cellulari. Foto, video o contatti ritenuti riconducibili alle proteste possono trasformarsi in motivo di arresto immediato.

Uno degli intervistati, identificato con il nome di Sajad per ragioni di sicurezza, descrive una situazione nella quale il regime cerca di diffondere il terrore attraverso le esecuzioni e le intimidazioni ai familiari delle vittime. Secondo la sua testimonianza, molte famiglie eviterebbero perfino di rendere pubblica la sorte dei propri congiunti per timore di ulteriori rappresaglie. A suo giudizio, però, la strategia avrebbe un effetto opposto a quello sperato. La paura resta, ma cresce anche il risentimento verso le autorità, alimentato dalla convinzione che la repressione non abbia risolto le profonde tensioni della società iraniana.

Le testimonianze provenienti da Mashhad descrivono inoltre pattuglie di motociclisti armati che presidiano piazze, incroci e zone molto frequentate con l’obiettivo di esercitare una pressione psicologica costante sulla popolazione. La loro presenza, riferiscono alcuni residenti, è diventata una componente abituale della vita quotidiana e contribuisce a creare un senso permanente di insicurezza.

Il ricorso alle esecuzioni capitali rappresenta da decenni uno degli strumenti utilizzati dalla Repubblica islamica per soffocare il dissenso. Dopo le grandi proteste esplose nel 2022 in seguito alla morte di Mahsa Amini, le autorità hanno intensificato arresti, processi e condanne, mentre numerose organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno denunciato un forte aumento delle impiccagioni, spesso dopo procedimenti giudiziari privi delle garanzie fondamentali.

Secondo diversi oppositori iraniani, il potere tende ad approfittare dei momenti in cui l’attenzione internazionale si concentra su altre crisi per rafforzare la repressione interna. Anche l’attuale fase di relativa diminuzione delle ostilità militari con Israele viene interpretata da alcuni dissidenti come un’occasione sfruttata dalle autorità per consolidare il controllo sulla popolazione e colpire gli ambienti ritenuti più ostili al regime.

Le testimonianze raccolte non consentono naturalmente di rappresentare l’intera società iraniana, nella quale esistono anche settori che continuano a sostenere la Repubblica islamica. Offrono però uno spaccato significativo del clima che si respira tra molti oppositori, convinti che il potere abbia scelto ancora una volta la repressione come risposta al malcontento.

Mentre il governo continua a mostrare fermezza, la frattura con una parte della popolazione appare tutt’altro che ricomposta. Dietro il silenzio imposto dalla paura continua infatti a covare un malessere che, come dimostrano le grandi proteste degli ultimi anni, potrebbe riemergere quando le condizioni politiche e sociali lo renderanno possibile.