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Iran e atomica. La voglia matta di Khamenei jr.

La nuova Guida suprema sarebbe molto più favorevole del padre all’arma nucleare. Crescono intanto i timori sul complesso sotterraneo di Pickaxe Mountain

Paolo Montesi

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Iran e atomica. La voglia matta di Khamenei jr.

L’intelligence americana ritiene che Mojtaba Khamenei sia molto più disposto di suo padre Ali ad autorizzare la costruzione di un’arma nucleare iraniana. È una valutazione che potrebbe cambiare radicalmente il calcolo strategico di Israele e degli Stati Uniti, perché sposta l’interrogativo sul programma atomico di Teheran dalle capacità tecniche alla volontà politica della nuova Guida suprema.

Secondo funzionari americani informati delle analisi d’intelligence, le indicazioni provengono da comunicazioni intercettate e da altre informazioni raccolte prevalentemente prima dell’ultima guerra e dell’ascesa di Mojtaba al vertice della Repubblica islamica. La cautela resta quindi necessaria. Da quando ha assunto il potere, il figlio di Ali Khamenei non ha dichiarato pubblicamente di volere dotare l’Iran dell’arma atomica e le informazioni sulle sue intenzioni attuali sono limitate. L’orientamento rilevato dagli apparati statunitensi indica tuttavia una disponibilità verso l’opzione nucleare assai maggiore rispetto a quella attribuita al padre.

Ali Khamenei, ucciso nell’attacco israeliano che ha aperto l’ultima guerra, aveva consentito all’Iran di sviluppare un programma capace di portare il Paese molto vicino alla soglia nucleare. Sotto la sua guida Teheran aveva accumulato uranio arricchito al 60 per cento, un livello privo di una normale giustificazione per un programma civile e ormai prossimo a quello necessario per un ordigno. Allo stesso tempo, Khamenei aveva sostenuto pubblicamente che la produzione e l’impiego delle armi nucleari fossero vietati dall’Islam.

Per anni le agenzie americane hanno considerato quella posizione un elemento rilevante nelle proprie valutazioni. L’Iran voleva possedere le conoscenze, gli impianti e il materiale necessari per avvicinarsi alla bomba, mentre la decisione politica di costruirla non risultava presa. Mojtaba Khamenei non ha finora fatto propria con la stessa chiarezza la posizione religiosa del padre contro le armi atomiche.

La questione è diventata ancora più urgente dopo le guerre che hanno colpito direttamente il territorio iraniano. All’interno del regime si è rafforzata la convinzione, soprattutto negli ambienti più radicali, che missili balistici, milizie alleate e installazioni sotterranee non costituiscano più una deterrenza sufficiente contro Israele e Stati Uniti. Secondo questa linea di pensiero, soltanto l’arma nucleare potrebbe garantire la sopravvivenza della Repubblica islamica davanti a un nuovo attacco.

A rendere più inquietante lo scenario contribuisce Pickaxe Mountain, il gigantesco complesso sotterraneo realizzato vicino all’impianto nucleare di Natanz e conosciuto in Iran come Kuh-e Kolang Gaz La. L’intelligence israeliana ritiene che Teheran vi abbia trasferito migliaia di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio dopo la guerra dei dodici giorni del 2025. La valutazione è stata condivisa con Washington, anche se gli Stati Uniti non hanno confermato autonomamente la presenza delle centrifughe.

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica non ha mai ispezionato il complesso. Le gallerie sono state scavate profondamente nella montagna e la natura della roccia rende il sito particolarmente difficile da distruggere anche con potenti ordigni penetranti. Proprio l’assenza di ispezioni impedisce di stabilire con certezza quali apparecchiature o materiali siano stati trasferiti all’interno.

Prima dell’ultima guerra, secondo l’AIEA, l’Iran disponeva di circa 440,9 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60 per cento. Portato a livelli prossimi al 90 per cento, quel materiale sarebbe teoricamente sufficiente per diversi ordigni nucleari. Rimane però da distinguere la disponibilità di materiale fissile dalla capacità di costruire un’arma utilizzabile, che richiede ulteriori passaggi tecnologici.

È proprio qui che l’ascesa di Mojtaba Khamenei potrebbe cambiare l’equazione. Per molto tempo Israele e Stati Uniti hanno concentrato l’attenzione sulla distanza tecnica che separava Teheran dalla bomba. Oggi il problema potrebbe essere diventato diverso. Se la nuova Guida suprema decidesse che la sopravvivenza del regime richiede una deterrenza nucleare, quella distanza potrebbe essere percorsa deliberatamente.

Le alternative per Israele e Washington diventerebbero allora sempre più strette. Un accordo capace di sottoporre il programma iraniano a verifiche effettive, una nuova azione militare contro ciò che resta delle infrastrutture nucleari oppure l’accettazione del rischio che Teheran raggiunga la soglia dell’arma atomica. Sotto le montagne intorno a Natanz potrebbe giocarsi una parte decisiva del prossimo confronto con la Repubblica islamica.