Home > Focus Iran > Iran, più intelligence e meno religione

Iran, più intelligence e meno religione

Teheran valuta di modificare la legge che impone una formazione giuridico-islamica al ministro dei servizi segreti. Una scelta che potrebbe cambiare gli equilibri negli apparati di sicurezza

Costantino Pistilli

Tempo di Lettura: 3 min
Iran, più intelligence e meno religione

A Teheran si discute una possibile modifica destinata a cambiare il profilo di chi guida l’intelligence iraniana. Abbas Goudarzi, portavoce dell’Ufficio di presidenza del Parlamento, ha confermato che è allo studio l’eliminazione di uno dei requisiti previsti dalla legge per il ministro dell’Intelligence e della Sicurezza, il MOIS. Si tratta dell’ijtihad, il livello di competenza nella giurisprudenza islamica che ha finora fatto sì che l’incarico fosse affidato a figure di formazione religiosa.

Per modificare questo requisito sarebbe necessario un intervento legislativo. Il governo dovrebbe quindi presentare un apposito disegno di legge al Parlamento. La questione è diventata particolarmente urgente perché Teheran deve scegliere il nuovo vertice dell’intelligence in una fase di profonda riorganizzazione del proprio sistema di sicurezza. Secondo Goudarzi, il governo ha ottenuto dalla leadership un periodo di un mese e mezzo, a partire dal 20 agosto, per presentare al Parlamento i candidati alla guida dei ministeri dell’Intelligence e della Difesa.

La questione va oltre il curriculum del prossimo ministro. In Iran la composizione dei vertici della sicurezza riflette gli equilibri tra governo, clero e Guardiani della Rivoluzione. Il MOIS dipende formalmente dall’esecutivo, mentre la Guida suprema mantiene un’influenza decisiva sulle scelte che riguardano gli apparati. Accanto al ministero opera inoltre l’intelligence dei Guardiani della Rivoluzione, dotata di proprie strutture e propri canali di raccolta delle informazioni.

Il MOIS è uno degli strumenti centrali dello Stato iraniano. Si occupa di controspionaggio, sicurezza interna, raccolta di informazioni e individuazione delle attività considerate ostili alla Repubblica islamica. Nel corso degli anni ha avuto un ruolo importante nel controllo del dissenso e nella gestione delle minacce provenienti dall’estero. Il suo peso è stato progressivamente affiancato, e in alcuni settori ridimensionato, dalla crescita dell’intelligence dei Guardiani della Rivoluzione, diventata uno dei principali centri di potere del Paese.

La scelta del nuovo ministro si è resa necessaria dopo la morte di Esmail Khatib, alla guida dell’Intelligence dal 2021, ucciso il 18 marzo scorso in un attacco israeliano a Teheran. La sua morte è stata successivamente confermata dal presidente Masoud Pezeshkian. Dopo l’uccisione di Khatib è stato nominato un ministro ad interim, la cui identità non è stata resa pubblica, mentre resta da scegliere il titolare definitivo.
La nomina ha un peso che supera quello di un normale avvicendamento amministrativo. Il ministro viene scelto dal presidente, ma per un incarico tanto sensibile occorre tenere conto degli equilibri con la Guida suprema e con i vertici degli apparati di sicurezza.

Khatib incarnava il modello tradizionale del ministro dell’Intelligence iraniano: una figura religiosa, con formazione a Qom e una lunga esperienza nel sistema di sicurezza. La possibilità di eliminare il requisito dell’ijtihad indica che quel modello potrebbe essere considerato meno adeguato alle esigenze attuali. Il regime potrebbe privilegiare un dirigente scelto soprattutto per le capacità operative, l’esperienza nel controspionaggio e la conoscenza delle nuove tecnologie.

Il contesto aiuta a comprendere questa possibile svolta. L’Iran deve fare i conti con le conseguenze degli attacchi subiti, con il timore di infiltrazioni nei propri apparati e con la necessità di proteggere le infrastrutture militari. La sicurezza interna resta inoltre una priorità per una leadership che teme nuove proteste e nuove forme di mobilitazione. In questo scenario, l’intelligence assume una dimensione sempre più tecnica e operativa, nella quale l’esperienza maturata sul campo può acquistare maggiore peso rispetto alla formazione religiosa. La scelta del nuovo vertice sarà quindi anche un test degli equilibri interni della Repubblica islamica.