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Hormuz, la scommessa disperata dell’Iran

Teheran sfida la Marina americana per spezzare il blocco che soffoca le esportazioni di petrolio. Una strategia ad altissimo rischio: basta un missile a segno per riaprire un conflitto su vasta scala

Costantino Pistilli

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Hormuz, la scommessa disperata dell’Iran
Iimmagine generata con AI

Sono in molti a chiedersi perché l’Iran stia cercando lo scontro con la Marina americana proprio adesso. Una risposta arriva da un’analisi del Wall Street Journal: Teheran vuole spezzare una situazione diventata economicamente insostenibile. Nell’ultima settimana ha lanciato missili in almeno tre occasioni contro navi da guerra statunitensi nello Stretto di Hormuz, compresa una portaerei, mentre il blocco imposto da Washington strangola le esportazioni di petrolio iraniano.

Secondo il quotidiano americano, negli ultimi attacchi l’Iran ha impiegato testate manovrabili. Il Comando Centrale americano, CENTCOM, afferma che le navi sono riuscite a evitarle, ma a Washington cresce il timore che Teheran stia migliorando le proprie capacità, forse con l’aiuto di Cina o Russia. Un missile che colpisse una nave americana provocherebbe quasi certamente una dura rappresaglia e potrebbe riaprire un conflitto su vasta scala.

È un rischio che Teheran sembra disposta a correre. Diciannove navi della Marina statunitense stanno facendo rispettare il blocco dello Stretto. Secondo Kpler, società specializzata nel tracciamento navale citata dal Wall Street Journal, nemmeno un barile di greggio iraniano ha superato il dispositivo americano da quando è stato ripristinato a metà luglio. Le scorte destinate alla Cina si stanno riducendo rapidamente. Il rial crolla, l’inflazione annua supera l’80 per cento e il Fondo monetario internazionale prevede una contrazione del Pil del 5,4 per cento, la peggiore dagli anni Ottanta.

L’obiettivo non è battere militarmente gli Stati Uniti. Mark Sievers, ex ambasciatore americano in Oman, spiega al Wall Street Journal che Teheran sta intensificando gli attacchi perché non vede alternative. La strategia è rendere troppo costoso mantenere il blocco. Washington può distruggere lanciamissili, sminare le acque e scortare le petroliere, ma deve impegnare uomini e mezzi e consumare intercettori per difendere le proprie navi e mantenere aperta una delle principali rotte energetiche mondiali.

Anche un singolo attacco riuscito avrebbe conseguenze molto più ampie. Alice Gower, esperta di rischio politico citata dal quotidiano, osserva che una nave statunitense colpita potrebbe scuotere i mercati e aumentare la pressione sui Paesi del Golfo. Donald Trump sarebbe costretto a scegliere tra una risposta militare costosa e il rischio di apparire debole in vista delle elezioni di medio termine. Per Teheran entrambe le possibilità possono rappresentare un vantaggio.

La nuova fase è iniziata alla fine di agosto, quando gli Stati Uniti hanno attaccato obiettivi iraniani dopo un tentativo di posare mine nello Stretto. Teheran ha risposto colpendo forze americane e petroliere, interrompendo un mese di relativa calma e facendo nuovamente salire i prezzi del greggio.

Il problema per l’Iran è che il blocco colpisce soprattutto le sue esportazioni. Gli Stati Uniti continuano a guidare convogli attraverso Hormuz, mentre Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti utilizzano anche oleodotti che aggirano la rotta marittima. Teheran vede così ridursi le proprie entrate mentre i vicini del Golfo continuano a vendere quantità significative di petrolio. Per questo Hormuz resta una delle ultime grandi leve iraniane. Se la Repubblica islamica perdesse anche la capacità di minacciare il traffico marittimo, perderebbe uno dei pochi strumenti rimasti per imporre un costo agli Stati Uniti e ai loro alleati. Lo Stretto resta quindi una leva sia sul piano militare sia in vista di qualsiasi futuro negoziato.

Sul fondo resta il dossier nucleare. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha confermato nuovi movimenti intorno al sito sotterraneo vicino a Natanz noto come “Pickaxe Mountain”. Il direttore generale Rafael Grossi ha precisato che l’AIEA non dispone di informazioni concrete sulle attività svolte. Immagini satellitari analizzate dal Center for Strategic and International Studies mostrano però un forte aumento dei lavori nel corso del 2026. Secondo gli esperti, la struttura potrebbe essere stata progettata come rifugio protetto per il programma nucleare iraniano.

Teheran sta quindi aumentando la pressione nel momento in cui è più debole economicamente. A Hormuz prova a trasformare il costo del blocco in un costo anche per Washington e per i Paesi del Golfo. È una scommessa ad altissimo rischio: finché i missili vengono intercettati, lo scontro resta contenuto. Se uno di quei missili colpisse una nave americana, il calcolo potrebbe cambiare in poche ore.