Home > Focus Iran > L’Iran stringe l’assedio a Riyadh, Israele può diventare l’alleato necessario

L’Iran stringe l’assedio a Riyadh, Israele può diventare l’alleato necessario

La strategia di Teheran e degli Houthi mette a nudo la vulnerabilità saudita e riapre la strada a una convergenza discreta con Gerusalemme

Emanuele Ottolenghi

Tempo di Lettura: 7 min
L’Iran stringe l’assedio a Riyadh, Israele può diventare l’alleato necessario
Iimmagine generata con AI

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran si concentra da mesi sul controllo degli Stretti di Hormuz. Bloccando i flussi commerciali in transito e colpendo l’infrastruttura dei paesi dirimpettai, Teheran sperava di imporre un costo economico insopportabile all’economia mondiale e agli alleati americani nella regione, creando uno strumento di pressione internazionale che portasse gli Stati Uniti a ritirarsi e le monarchie del Golfo a riconoscere l’egemonia iraniana sugli stretti. In risposta, gli americani hanno imposto un blocco navale al traffico commerciale iraniano, riuscendo a strangolarne l’economia.

A luglio scorso poi, per due settimane gli Stati Uniti hanno bombardato batterie antimissile, basi navali e installazioni radar sul litorale iraniano, duramente limitando la capacità iraniana di bersagliare obiettivi commerciali in transito, mentre la marina americana scortava e facilitava il traffico marittimo proveniente dai porti alleati. Il flusso di greggio, pur non ritornando ai livelli anteguerra, è risalito abbastanza da stabilizzare i prezzi, grazie anche alla decisione dei produttori del Golfo, con i sauditi a capofila, di movimentare massicce quantità di greggio su oleodotti e altri corridoi di trasporto che aggirano gli stretti, puntando a dirottare il greggio, nel caso saudita, sui propri terminali sul Mar Rosso.

In risposta, Teheran ha riattivato il proprio gregario Houthi, che negli ultimi tre anni aveva ripetutamente minacciato di bloccare lo Stretto di Bab el-Mandeb, il punto di accesso al Mar Rosso (e al Canale di Suez) dall’Oceano Indiano, e ha orchestrato attacchi contro l’infrastruttura petrolifera saudita finora essenziale per il dirottamento del greggio dal Golfo al Mar Rosso. Agli Houthi si sono aggiunte le milizie filoiraniane in Iraq, che hanno completato l’accerchiamento dell’infrastruttura saudita con lanci di droni, che hanno portato alla chiusura dell’oleodotto saudita che trasporta greggio dal Golfo al Mar Rosso. La strategia iraniana ha messo a nudo la vulnerabilità saudita e la necessità di ripensare le proprie scelte strategiche.

I sauditi, dal 7 ottobre 2023, stanno cercando di ricalibrare la loro delicata posizione nel Golfo. Pur essendo un alleato tradizionale di Washington, hanno rinunciato ad aderire ai Patti di Abramo – una svolta che sembrava certa prima del 7 ottobre – e a normalizzare i rapporti con Israele. Hanno riallacciato relazioni diplomatiche con Teheran grazie alla mediazione cinese. Hanno mantenuto una postura neutrale durante le operazioni americane contro l’Iran. Hanno concluso un’alleanza difensiva con Turchia e Pakistan – gli Accordi della Mecca – che punta a ridisegnare gli equilibri regionali, soprattutto come deterrente contro Israele. E puntano a de-escalare i rapporti con Teheran, cercando un dialogo con l’Iran insieme agli altri paesi del Golfo.

Tuttavia, l’escalation al loro confine meridionale ha mostrato quanto la loro strategia sia inadeguata. Il prezzo della distensione con Teheran, infatti, comporta l’accettazione dei suoi termini. L’infrastruttura petrolifera saudita intanto rimane altamente vulnerabile e gli accordi di mutuo soccorso siglati con Pakistan e Turchia non sono stati invocati né appaiono sufficienti ad alleviare la crisi in cui versa Riyadh. La conquista da parte degli Houthi di un porto strategico sulle coste yemenite del Mar Rosso (Mocha), insieme ad alcune isolette che dominano lo stretto tratto di mare del Bab el-Mandeb, rendono credibile ed efficace la minaccia Houthi di bloccare il traffico marittimo saudita – un contrappasso alle bocche del Mar Rosso di quanto gli Stati Uniti stanno facendo all’Iran alle bocche degli Stretti di Hormuz. Gli Houthi sono insomma riusciti rapidamente a mettere in forse la strategia di Riyadh.

Gli accordi della Mecca con Ankara e Islamabad si sono immediatamente rivelati inadeguati alle necessità saudite; la posizione di non belligerante nel recente conflitto non ha sottratto Riyadh agli attacchi iraniani; il pivot verso l’Iran ha dei costi troppo alti. Di qui la richiesta di aiuto agli Stati Uniti da parte del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, l’alleato indispensabile e il garante dell’ordine mondiale.
Ma il presidente Trump, che nel marzo 2025 aveva lanciato una campagna aerea contro gli Houthi e aveva nuovamente imposto sanzioni contro di loro, ha declinato la richiesta, offrendo solo maggior sostegno di intelligence. I sauditi non solo hanno un imponente arsenale aereo fornito dagli Stati Uniti che possono usare per difendere i propri interessi, ma non hanno propriamente sostenuto Washington durante le ostilità contro Teheran la primavera scorsa. Anche se le cose non stessero così, per gli americani accollarsi il teatro di Bab el-Mandeb complicherebbe le cose in un momento in cui le loro forze si concentrano su Hormuz.

Per Riyadh, quindi, si aprono tre percorsi alternativi. Il primo è fare da soli, forti della promessa americana di espandere la cooperazione di intelligence necessaria e della propria robusta dotazione aeronautica. Il secondo è cedere al ricatto iraniano e puntare a un’intesa con Teheran che spenga i fuochi regionali, ma dando al regime iraniano un’ipoteca enorme sui propri interessi strategici. Il terzo, forse il più difficile, ma anche il più promettente, comporta una rinnovata convergenza con Gerusalemme.

Israele, come gli Stati Uniti, ha costruito una forte deterrenza nei confronti sia di Teheran che degli Houthi. Le difese antiaeree dello Stato ebraico hanno ripetutamente neutralizzato gli attacchi dallo Yemen, e le azioni israeliane contro gli Houthi hanno inflitto gravi danni a porti strategici e infrastruttura economica, oltre che eliminare numerosi esponenti di alto livello della leadership Houthi. Gerusalemme insomma ha saputo dissuadere gli Houthi dal proseguire i loro attacchi, come del resto è avvenuto con Teheran, che durante il conflitto della primavera scorsa ha concentrato i suoi missili e droni sui paesi del Golfo, centellinando invece quelli contro Israele, e che da aprile ha sostanzialmente cessato ogni azione ostile contro lo stato ebraico. Tale convergenza non può in questa fase coincidere con la normalizzazione dei rapporti diplomatici, ma può far riconvergere le due capitali, dopo tre anni durante i quali i sauditi hanno preferito mettere freno a ogni possibilità di avvicinamento.

Una convergenza discreta tra Riyadh e Gerusalemme conviene a entrambi, insomma, perché il know-how israeliano può rafforzare le difese saudite; Israele non ha alcun interesse a vedere i sauditi allontanarsi da Washington e avvicinarsi a Teheran; e per Gerusalemme, una cooperazione discreta porta degli indubbi vantaggi, anche senza la promessa di un futuro accordo diplomatico vero e proprio. Il rischio, per quanto riguarda Israele, è evidente. Se l’Iran riuscisse a indebolire l’asse Washington-Riyadh e a controbilanciare l’assedio americano contro il suo transito marittimo a Hormuz grazie ai successi degli Houthi nel Mar Rosso, il resto del Golfo probabilmente seguirebbe un nuovo corso neutrale allineato con Riyadh, riducendo lo spazio di manovra israeliano in futuri scontri con Teheran e rafforzando il regime iraniano. Inoltre, un efficace blocco navale contro i sauditi prima o poi avrebbe anche ripercussioni sul traffico marittimo che dall’Asia raggiunge il porto di Eilat.

Infine, la cooperazione potrebbe estendersi non soltanto alla difesa ma anche allo sviluppo del corridoio commerciale già concepito tra India, Emirati, Arabia Saudita, Giordania e Israele che potrebbe portare fino ai porti mediterranei israeliani le merci attualmente costrette a transitare da Hormuz e Bab el-Mandeb.

Per Riyadh, naturalmente, un’alleanza dichiarata con Israele rimane impensabile ma già esistono anni di cooperazione discreta. Di fronte al tentativo iraniano di indebolire l’alleanza tra Stati Uniti e i paesi del Golfo, Israele dovrebbe puntare a rafforzare la cooperazione con Riyadh, pur sapendo che, diplomaticamente parlando, i sauditi non si getteranno apertamente tra le sue braccia.


Emanuele Ottolenghi

analista esperto di terrorismo e Medio Oriente.
Le opinioni qui pubblicate sono strettamente personali